Pratica Yoga e chiave filosofica. Una visione d’insieme

“Lo Yoga è la tecnica tramite la quale, per mezzo dell’introspezione, l’uomo impara a conoscere se stesso, a tacitare le divagazioni del proprio pensiero, a oltrepassare i limiti dei sensi, a risalire alle fonti profonde della vita e a prendere contatto con le forze invisibili che si nascondono in lui, come in ogni aspetto del creato, e che costituiscono la natura profonda dell’essere vivente. Alain Daniélou”

Il termine Yoga deriva dalla radice sanscrita yuj (unire, aggiogare) e indica un insieme di pratiche, orientate a creare un equilibrio psico-fisico, che impegna corpo e mente e, in una dimensione più alta/spirituale, la comprensione della realtà, ovvero la dimensione del Sè, dell’Essere.

Come sia iniziato lo Yoga è incerto, molti sostengono che trova le sue origini in India tra il III e il II millennio a.C. A quell’epoca risalgono, infatti, i reperti archeologici di Harappa e Mohenjo Daro, siti archeologici della valle dell’Indo (attuale Pakistan) che raffigurano divinità e figure ascetiche sedute in posizioni non dissimili da quelle praticate nello Yoga.

new2Chakrāsana, la posizione che risveglia tutti i chakra (centri energetici). La posizione sollecita un’importante apertura della zona del cuore, abitato dal centro energetico Anahatha Chakra che custodisce le qualità più nobili della natura umana come il coraggio, la fede, l’amore e la compassione.

 

Nella cultura indiana lo Yoga è considerato una via di liberazione delle sofferenze che affliggono l’esistenza umana. Nel testo Yoga Sūtra di Patañjali troviamo una meticolosa descrizione della scienza di questa antichissima disciplina [Yoga Darshana (visione), ovvero il processo di vedere attraverso lo Yoga], che ha come scopo la realizzazione del Sé.

Si tratta di un’opera antica, ma assolutamente applicabile nella vita di oggi, che altro non è che un susseguirsi ininterrotto di Sutra (frasi brevi) che si intrecciano perfettamente come i grani di una mala, fino a formare un unico concetto che percorre in filigrana tutto il testo.

I 196 sutra che lo compongono sono divisi in quattro sezioni (pada):

  1. Samadhi Pada (51 sutra): viene analizzata la natura generale dello Yoga e, poiché la meta essenziale è il Samadhi (l’illuminazione), quest’ultimo viene trattato approfonditamente nelle sue varie forme, tanto da attribuire il nome alla prima sezione.
  2. Sadhana Pada (55 sutra): contiene la teoria dei klesa (le afflizioni), è un’analisi della sofferenza che la vita umana affronta, scopo di questa sezione è quindi liberare e preparare fisicamente e mentalmente l’adepto tramite i bahir-aṅga (membra esterne: Yama, Niyama, Āsana, Prāṇāyāma, Pratyāhāra) alla pratica dello Yoga superiore (antar-aṅga membra interne).
  3. Vibhuti Pada (56 sutra): tratta gli antar-aṅga (Dhāraṇā, Dhyāna e Samadhi) e le siddhi (poteri soprannaturali) a cui queste aṅga portano, andrebbero però considerati un ostacolo sul percorso, perché è facile sviluppare un attaccamento verso questi poteri.
  4. Kaivalya Pada (34 sutra): vengono esposti i problemi filosofici essenziali che lo studio e la pratica dello Yoga comportano.

I versi si susseguono seguendo una logica e un intreccio ben preciso, riuscendo a toccare, con sorprendente chiarezza, ogni aspetto della filosofia yogica.

“Gli otto mezzi (otto membra ndr) dello yoga sono: yama (autocontrollo), niyama (osservanze), āsana (posizione), pranayama (controllo del respiro), pratyāhāra (dirigere la mente in una unica direzione), dhāraṇā (concentrazione), dhyāna (meditazione), samadhi (contemplazione). (II, 28) Patañjali”

Lo Yoga di Patañjali è spesso chiamato lo Yoga delle otto membra (Aṣṭāṅga) oppure Raja Yoga; infatti il percorso principale si articola in otto stadi fondamentali e i primi due sono Yama e Niyama (considerati il codice etico dello Yoga), spesso trascurati nelle moderne sale di Yoga.

New1Satyeshikasana, la veridicità “satya” il secondo yama, consiste nel conformarsi alla propria vera natura, nell’essere veri non vivendo più secondo i modi dell’apparire. La rettitudine ne è una componente essenziale. Si tratta di manifestare qualità come l’equità, la giustizia, l’onestà, la probità, la franchezza, la lealtà, la sincerità e il coraggio. La posizione satyeshikasana della pertica, rappresenta la ricerca di un allineamento perfetto del corpo nello spazio, il respiro, accompagnatore fondamentale, ne assicura uno stato intenso ma al contempo privo di tensioni o rigidità.

 

Pratica Yoga: la via per tenere sotto controllo la nostra salute ed entrare in pace con noi stessi e gli altri

La pratica dello Yoga posturale conta una quantità indefinibile di posizioni che, in modi diversi, tendono a stimolare il corpo e la mente. Nello Yoga Sutra di Patañjali, l’āsana è il terzo passo degli otto aṅga (membra) dello Yoga che getta le basi per l’esercizio yogico. L’indicazione di Patañjali per la pratica è Sthira sukham asanam ovvero “la posizione deve essere stabile e comoda” e i due passi che precedono sono Yama e Niyama.

Fino a quando non siamo in grado di armonizzare il corpo, la mente e il respiro, non possiamo considerare la pratica Yoga. L’essenza non risiede nell’aspetto esteriore (valutare se siamo più o meno bravi a eseguire una postura), ma nel coltivare il proprio essere. Una regolare pratica delle āsana porta a un’ottima condizione di salute: gli esercizi elasticizzano, rafforzano e tonificano i muscoli, migliorano l’equilibrio, rinforzano le ossa, favoriscono la digestione, migliorano la circolazione, stimolano l’equilibrio ormonale e distendono i nervi.

Praticare le āsana per mantenersi in forma è un legittimo punto di partenza, ma non è l’obiettivo finale. Coltivando questi aspetti della filosofia dello Yoga (Yama e Niyama) durante la nostra pratica sul tappetino, trasformiamo l’esercizio in uno strumento validissimo per entrare in pace con noi stessi e il mondo che ci circonda.

Yama e Niyama: regole etiche, qualità e comportamenti positivi

Svadhyāya lo studio del sé

Attraverso le posizioni Yoga il corpo fisico diventa uno strumento per disciplinare la mente, analizzare gli ostacoli della vita quotidiana e capire come superarli. Sviluppare questa consapevolezza è fondamentale nella pratica, molto più della “prestazione atletica”.  Le asana sono il percorso per raggiungere il cuore del nostro essere penetrando l’anima.

Se facciamo nostro il pensiero che il percorso è più importante della destinazione, ci rendiamo conto che usare la nostra intelligenza per capire come realizzare le posizioni è più importante dell’esecuzione stessa. Sono proprio quei momenti di interrogazione che ci fanno comprendere note importanti di noi stessi e ci insegnano come stare nel mondo. Si potrebbe, in questo modo, definire una pratica avanzata quella di colui che è completamente immerso nella pratica e non perde la concentrazione.

Tapas ardore entusiasmo

Essere consapevoli dei propri movimenti e della propria respirazione permette di controllare le posizioni e realizzarle con la corretta attitudine. Le āsana allenano il corpo in modi diversi presentandoci ostacoli da superare, questo rende corpo e mente resilienti. Nello Yoga questa qualità viene chiamata Tapas, una qualità che si sviluppa gradualmente procedendo con la pratica, superando le varie difficoltà, considerando “il difficile” la chiave della comprensione di come affrontare la vita e superare le sue intemperie. Tapas si potrebbe tradurre con la parola ardore: una forza incessante, potente che oltrepassa la semplice volontà, nasce infatti dalla fede che proviene dal  profondo del nostro cuore.

Satya assoluta verità, Ahiṃsā la non violenza

Durante l’esecuzione delle asana mettiamo in mostra la nostra forza di volontà attraverso l’espressione muscolare, di conseguenza, potrebbe nascere la sfida interiore di oltrepassare i propri limiti percepiti; la pratica deve quindi essere fatta con criterio. Le asana insegnano a sviluppare una maggiore tolleranza fisica e mentale. Attraverso il corpo, si scopre come sopportare “fastidi” che non possono essere evitati e si impara a trasformarli.

I “fastidi” possono essere addirittura stimolanti e costruttivi, favorendo la trasformazione fisica e spirituale, ma solo se impariamo ad ascoltare il nostro corpo sinceri e consapevoli della verità (Satya). Non riuscire ad accogliere i segnali d’allarme può portare a infortuni, accettando, invece, la verità, si impara a riconoscere i propri  limiti evitando ogni forma di sofferenza.

new3Vasisthāsana, posizione dedicata al saggio “Vasistha” che tradotto significa “eccellente” oppure “il più ricco”. Da un punto di vista fisico questa posizione richiede grande forza e grande flessibilità insieme. Interessante notare che un muscolo forte deve essere anche flessibile per non rompersi e che tanta è la forza d’animo che ci vuole per mollare la presa quando una situazione lo richiede.

Īśvarapraṇidhāna abbandonarsi alla volontà suprema, Asteya non appropriarsi delle cose altrui

Continuare la pratica, privati di ogni aspettativa con la capacità di attendere e lasciare ogni cosa al suo destino, ci porta al raggiungimento di vette che inizialmente credevamo impossibili, ecco perché imparare il rilassamento e l’abbandono è parte fondamentale della pratica. Lo Yoga, infatti, è un processo che porta a disfarci dei nostri eccessi piuttosto che accumulare ciò che non ci appartiene “asteya”.

Śauca purezza, Aparigraha il non possesso

Molte asana portano i nomi di animali e oggetti, gli antichi Rishi osservavano gli animali e i loro comportamenti, il loro vivere in armonia con l’ambiente e la capacità di immedesimarsi con esso. Il pieno controllo di una asana porta a immergersi completamente in essa, liberandosi da resistenze fisiche emozionali e mentali, entrando in uno stato di completezza e beatitudine.

Se l’āsana risulta scomoda o difficile da mantenere significa che c’è qualcosa di sbagliato: muovendo lo sguardo verso l’interno, con la presenza del nostro respiro, possiamo comprendere dove il corpo resiste e come procedere per purificarlo e spazzare via tensioni muscolari/mentali, attitudini controproducenti e troppa volontà che spesso nasce dal nostro egocentrismo e dalla “fame” di possedere e controllare ogni cosa a ogni costo.

Santoṣa sapersi accontentare Ahiṃsā la non violenza

È importante imparare a essere pazienti. I progressi vengono raggiunti gradualmente, lentamente, in base alle proprie caratteristiche. La pratica deve essere ben strutturata e prevedere un’equilibrata varietà di āsana: flessioni del busto in avanti, estensioni all’indietro, torsioni, estensioni/flessioni laterali, capovolte e posizioni di equilibrio.

Molte volte succede che l’allievo si precipita dentro la pratica senza criterio cercando di bruciare le tappe. Questo approccio tende a provocare un risultato opposto a quanto desiderato e col tempo a scoraggiare il praticante. L’intento, praticando Santosha e Ahisma, è invece quello di sapersi dare il giusto tempo per sviluppare un discernimento preciso, non violento, per costruire una pratica sana in equilibrio con la propria capacità psicofisica. Ahisma, la non violenza, è inoltre il concetto base che accompagna e sottolinea tutti gli altri senza possibilità di essere escluso.

E fuori dal tappetino?

Yoga Sūtra indica Abhyāsa (pratica continua) e Vairāgya (sempre pronti a lasciare andare) come due caratteristiche fondamentali per avere successo nel percorso dello Yoga. Queste caratteristiche, che a prima vista potrebbero sembrare in contrasto, vanno in realtà di pari passo, mano nella mano, sostenendosi reciprocamente e creando armonia ed equilibrio.

La pratica di Yama e Niyama è infatti il fondamento che stimola la comprensione e la maestranza di questo sottilissimo equilibrio e lo fa diventare solido e continuo. Pertanto, chiunque si avvicini alla pratica Yoga deve tenere presente che la pratica di Yama e Niyama è necessaria per raggiungere quello stato di beatitudine e meraviglia che lo Yoga si pone come obiettivo.

Buona pratica!

“La pratica dello Yoga è una trasformazione graduale, da uno sforzo pieno di sforzo allo sforzo senza sforzo, che minimizza lo sforzo fisico ed esalta le qualità dell’intelligenza nell’osservazione e nell’attenzione, affinché il sādhaka (il praticante) possa utilizzarle per penetrare il proprio obiettivo: l’acquisizione della conoscenza e dell’esperienza spirituale. B.K.S. Iyengar”

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