Yoga Sutra 1.12: Abhyāsa vairāgya Pratica continua, sempre pronti ad abbandonare

abhyāsa-vairāgya-ābhyāṁ tan-nirodhaḥ
(Con la pratica continua e il non attaccamento si padroneggiano le fluttuazioni mentali)

Abhyāsa = pratica continua
Vairāgyābhhyāṁ = non attaccamento, Neutro, assenza di attrazione o repulsione
Tat = tramite
Nirodhaḥ = padronanza

Abhyāsa vuol dire mantenere un’attitudine di impegno persistente scegliendo azioni, parole e pensieri che portano nella direzione di uno stato di tranquillità stabile, “sthitau”. (Vedi  YS 1.13). Per raggiungere questa stabilità, la pratica deve svolgersi per un lungo periodo di tempo senza interruzioni (Vedi  YS  1.14 ).
Il compagno essenziale è Vairāgya, il non-attaccamento (Vedi YS 1.15). Vairāgya consiste nell’imparare a scoprire, riconoscere e lasciarsi alle spalle i numerosi attaccamenti, avversioni, paure e false identificazioni che offuscano il vero sé, coltivando la capacità di discernere per arrivare alla giusta comprensione della realtà.
Anche se Abhyāsa e Vairāgya possono sembrare in contrasto tra loro, lavorano insieme;  la pratica continua ti porta nella giusta direzione, mentre il non-attaccamento ti permette di proseguire il viaggio senza interferenze/distrazioni/deviazioni durante il percorso. L’adepto osserva gli Yama (astinenze) e Niyama (osservanze) con attenzione, distaccandosi dalle idee e dalle azioni che ostruiscono il progresso. Tutte le pratiche Yoga prendono fondamenta lavorando su questi due principi.
A volte, lo Yoga moderno si dimentica degli insegnamenti, può sembrare un’ossessiva ricerca di affermarsi nelle posture sempre più difficili, ma in realtà seguendo i Consigli del saggio Patañjali (autore degli Yoga Sutra) non si tratta assolutamente di questo (alimenterebbe solo l’egocentrismo). Un grande valore nella pratica andrebbe invece dato alla capacità di non giudicare, preservare l’umiltà, sapersi accontentare e di seguito applicare ciò che si ha imparato sul tappetino nella vita quotidiana.

अनन्तासन Anantāsana

Anantā (अनन्) = “l’infinito”. Lo sforzo continuo di stringere il fianco superiore, viene supportato dall’inspiro (Abhyāsa), che aiuta anche ad aprire la gabbia toracica del lato inferiore; l’espiro (Vairāgya) invita all’abbandono, rilassando e distendendo il fianco che sta sotto. L’equilibrio si trova grazie all’onda regolare del respiro (l’equilibrio tra i due opposti). La mente potrà così concentrarsi sull’infinito. Sthitau (la stabilità) è raggiunta.

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