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	<title>Yoga Segrate</title>
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	<description>Apertura, consapevolezza ...</description>
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		<title>L’equilibrio che ci sostiene</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 16:24:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[Quando nello yoga parliamo di equilibrio, spesso pensiamo a posizioni complicate: stare su una gamba, non cadere, trovare stabilità. Ma l’equilibrio non si riferisce solo al corpo fisico, si manifesta anche a livelli più sottili e profondi, che si intrecciano e si influenzano a vicenda: è uno strumento per armonizzare mente, corpo e spirito. Partiamo...]]></description>
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<p class="mcePastedContent" data-pm-slice="1 1 []">Quando nello yoga parliamo di equilibrio, spesso pensiamo a posizioni complicate: stare su una gamba, non cadere, trovare stabilità. Ma l’equilibrio non si riferisce solo al corpo fisico, si manifesta anche a livelli più sottili e profondi, che si intrecciano e si influenzano a vicenda: è uno strumento per armonizzare <strong>mente, corpo e spirito</strong>.</p>
<p class="mcePastedContent">Partiamo da dati scientifici: recenti studi riportati in <a tabindex="-1" href="https://www.bbc.com/future/article/20260114-the-surprising-benefits-of-standing-on-one-leg">un articolo della <em>BBC</em></a><em>, </em>spiegano che la nostra capacità di stare in equilibrio su una gamba sola è un potente indicatore della nostra salute generale.</p>
<p class="mcePastedContent">Da giovani lo facciamo senza pensarci: questa capacità si sviluppa completamente intorno ai 9-10 anni, raggiunge il suo massimo verso la fine dei 30 anni e poi inizia gradualmente a diminuire. Dopo i 50 anni, riuscire a mantenere l’equilibrio su una sola gamba anche solo per pochi secondi può dire molto sul nostro stato di salute e su come il corpo sta invecchiando.</p>
<p class="mcePastedContent">L’equilibrio è una funzione complessa che richiede al cervello di integrare le informazioni provenienti dagli <strong>occhi</strong>, dal <strong>sistema vestibolare</strong> (nell&#8217;orecchio interno) e dal <strong>sistema somatosensoriale </strong>(propriocezione). Praticare costantemente posizioni di equilibrio non solo rinforza i muscoli di gambe, addome e fianchi, prevenendo la sarcopenia (la perdita di massa muscolare legata all&#8217;età), ma agisce direttamente sulla struttura del cervello, migliorando la memoria e la neuroplasticità.</p>
<p class="mcePastedContent">L’equilibrio quindi si può e si deve allenare: un esercizio apparentemente semplice può avere un impatto sorprendentemente positivo sulla salute del corpo e del cervello con il passare degli anni.</p>
<p class="mcePastedContent"><strong>Sul tappetino: la ricerca del centro</strong></p>
<p class="mcePastedContent">Nello yoga, la posizione di equilibrio base per eccellenza è <strong>tāḍāsana</strong> (la montagna) o <strong>samasthiti</strong>, un termine che deriva dalle radici <em>sama</em> (uguale/bilanciato) e <em>sthiti </em>(esistenza in atto). Anche quando sembriamo immobili, il nostro corpo compie continui micromovimenti coordinati dal <strong>cervelletto</strong> per mantenere il baricentro all&#8217;interno del nostro &#8220;poligono di sostegno&#8221;.</p>
<p class="mcePastedContent">Le posizioni di equilibrio ci costringono a stare nel <strong>qui e ora</strong>. Per mantenere la stabilità, impariamo a usare <strong>dṛṣṭi</strong> (fissare lo sguardo su un punto), che non è solo un riferimento visivo ma un mezzo per sviluppare la concentrazione mentale (<em>ekāgra</em>). Non si tratta di controllare la mente, ma di offrirle un luogo dove posarsi e quando riusciamo a calmare la mente, il corpo la segue.</p>
<p class="mcePastedContent">Particolarmente efficace per mettere a fuoco questo concetto è la metafora dell&#8217;ancora: in mezzo alla tempesta, l’ancora non ferma le onde ma ci collega a una profondità dove l’acqua resta calma</p>
<p class="mcePastedContent">Lo yoga definisce l’equilibrio come <strong>equanimità</strong>.<br />Patañjali ci ricorda che la pratica è il processo di quietare i vortici della mente, per osservare il flusso dei pensieri senza esserne travolti perché una mente dispersiva rende instabile anche il corpo più forte.</p>
<p class="mcePastedContent">Anche i <strong>guṇa</strong> secondo la filosofia del <em>sāṁkhya</em> e della <em>Bhagavad Gītā </em>ci parlano di equanimità: coltivare <strong>sattva</strong> significa sviluppare <strong>stabilità interiore e chiarezza mentale</strong> indipendentemente da ciò che accade fuori o dentro di noi. È la capacità di restare centrati senza essere trascinati dagli estremi: piacere e dolore, successo e fallimento, elogio e critica.</p>
<p class="mcePastedContent" data-pm-slice="1 1 []"><strong><img fetchpriority="high" decoding="async" class="wp-image-5776 alignleft" src="https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2026/03/Ancora_equilibrioMC.jpg" alt="" width="356" height="315" srcset="https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2026/03/Ancora_equilibrioMC.jpg 635w, https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2026/03/Ancora_equilibrioMC-300x266.jpg 300w" sizes="(max-width: 356px) 100vw, 356px" />Quando perdiamo l’equilibrio</strong></p>
<p class="mcePastedContent">Quando entriamo in una posizione di equilibrio come <em>vṛkṣāsana</em>, <em>vīrabhadrāsana III </em>o <em>naṭarājāsana </em>(posizione dell’albero, del guerriero o di Śiva danzante) e l’equilibrio non arriva o se ne va, la reazione istintiva è spesso quella di irrigidirci: stringiamo la mascella, tratteniamo il respiro, contraiamo più del necessario e il risultato è quasi sempre un circolo vizioso: più tensione, meno stabilità.</p>
<p class="mcePastedContent">Se il corpo oscilla, se “cadiamo”, non dobbiamo viverlo come un errore: cadere non interrompe la pratica ma piuttosto <strong>fa parte della pratica.</strong><br />E la risposta non deve essere la tensione e il giudizio, ma il <strong>respiro</strong>. Quando torniamo al respiro la mente si calma, il sistema nervoso si riequilibra e il corpo smette di lottare e ricomincia ad ascoltare.</p>
<p class="mcePastedContent">Da lì possiamo decidere se riposare, ripartire, rientrare nella posizione, magari in modo diverso, magari per meno tempo, ma con una qualità e una consapevolezza rinnovata. L’equilibrio smette di essere una performance e diventa un <strong>dialogo: </strong>tra stabilità e instabilità, tra sforzo e abbandono.</p>
<p class="mcePastedContent">Questo vale sul tappetino, e vale fuori.<br />L’equilibrio tra mente, corpo e spirito si conquista accettando l’instabilità come parte del processo e ricominciando ogni volta, con presenza e con gentilezza verso noi stessi.</p>
<p class="mcePastedContent"><strong>Il centro che sostiene</strong></p>
<p class="mcePastedContent">Non è un caso che il centro simbolico dell’equilibrio sia <strong>anāhatacakra</strong>, il cuore.<br />Qui si incontrano le energie inferiori e superiori; qui risiedono qualità come amore, compassione, gentilezza, giustizia e coraggio. Un equilibrio che non è rigidità, ma apertura.</p>
<p class="mcePastedContent">La scienza suggerisce che bastano anche solo <strong>dieci minuti al giorno</strong> di pratica dell&#8217;equilibrio per vedere dei miglioramenti. Potete provare a stare su una gamba sola, magari in <em>vṛkṣāsana</em>, mentre vi lavate i denti <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.1.0/72x72/1f60a.png" alt="😊" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>
<p class="mcePastedContent">E la prossima volta che praticate una posizione di equilibrio e perdete stabilità, fermatevi, fate un respiro profondo, sentite i piedi, rilassate il viso, fate un sorriso… e poi riprovate.</p>
<p class="mcePastedContent">Non dovete dimostrare niente a nessuno ma solo riconnettervi con il vostro centro.</p>
<p class="mcePastedContent"> </p>
<p class="mcePastedContent">Bianca Corbella</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Deva e Asura: le due forze del cammino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[yogasegrate]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2026 10:10:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[Quante volte nella vita dobbiamo imparare ad avere a che fare con i nostri mostri interiori, oltre che con i miti di luce. In questa visione, la luce non ha la funzione di distruggere le tenebre, ma dovrebbe inglobarle nel processo stesso di illuminazione, per ciò che servono. A volte un evento disturbante, scomodo, capace...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p data-pm-slice="1 1 []">Quante volte nella vita dobbiamo imparare ad avere a che fare con i nostri <strong>mostri interiori</strong>, oltre che con i miti di luce. In questa visione, la luce non ha la funzione di distruggere le tenebre, ma dovrebbe inglobarle nel processo stesso di illuminazione, per ciò che servono.</p>
<p>A volte un evento disturbante, scomodo, capace di scardinare in modo inaspettato le nostre abitudini, viene vissuto come un momento buio, una difficoltà, un male. Eppure, <strong>dietro quell’ombra può celarsi la rivelazione di una nuova prospettiva:</strong> una luce che illumina il cammino e sprigiona risorse già presenti dentro di noi. Bene e male, luce e ombra, dèi e dèmoni diventano così facce della stessa medaglia.</p>
<p>Nella mitologia yogica, i Deva (gli dèi) rappresentano le forze della luce: ordine, saggezza, altruismo, accettazione. Qualità elevate che lo yogin cerca di coltivare dentro di sé. Gli Asura (i dèmoni) rappresentano invece le forze dell’oscurità: caos, egoismo, ignoranza, forze opposte all’ordine. Nella vita, spesso, i dèmoni assumono il volto delle nostre paure, dei lati oscuri o dei traumi non elaborati.</p>
<p>Attraverso la pratica – āsana, prāṇāyāma, meditazione – possiamo portare luce in queste zone d’ombra, rendendoci consapevoli della loro esistenza e riconoscendo la dualità come unità di un tutto. Nella pratica lavoriamo costantemente su forze fisiche opposte per toccare l’equilibrio. È l’incontro tra la parte materiale del corpo e quella più sottile e luminosa dello spirito.</p>
<p data-pm-slice="1 1 []"><strong>Śiva e il veleno di Samudra Manthana</strong></p>
<p>Durante il Samudra Manthana, il rimescolamento dell’oceano cosmico, Deva e Asura collaborano per far emergere l’<em>amṛta</em>, il nettare dell’immortalità. Ma prima che il nettare possa manifestarsi, dalle profondità dell’oceano affiora un veleno potentissimo, capace di distruggere ogni cosa.</p>
<p>Nessuno vuole farsene carico. È <strong>Śiva </strong>a intervenire: beve il veleno, non per eliminarlo, ma per trattenerlo.</p>
<p>Lo ferma nella gola, che diventa blu (<em>Nīlakaṇṭha</em>), segno visibile di un’energia distruttiva divenuta consapevole di sé e contenuta. In questo mito, il veleno non è un errore del processo: è una fase necessaria. Senza attraversare ciò che è tossico, disturbante, oscuro, la trasformazione non può compiersi.</p>
<p><strong>Deva e Asura: una visione non dualistica</strong></p>
<p>Nella mitologia yogica, Deva e Asura non rappresentano semplicemente il bene e il male in senso morale. Sono forze archetipiche, presenti entrambe nell’esperienza umana. Deva e Asura nascono dalla stessa origine e partecipano allo stesso processo cosmico. Quando una di queste forze viene esclusa o repressa, il sistema perde equilibrio.</p>
<p>Nella vita quotidiana, gli Asura prendono spesso la forma delle nostre paure, dei traumi non elaborati, delle resistenze interiori. Attraverso la pratica – āsana, prāṇāyāma, meditazione – impariamo a fare ciò che fa Śiva: non fuggire il veleno, non identificarci con esso, ma portarlo alla coscienza, trasformandolo.</p>
<p>Riconoscere Deva e Asura come polarità di un’unica realtà significa uscire dal giudizio ed entrare in una visione più ampia, dove luce e ombra cooperano per generare equilibrio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il tema è tratto dai <em>Bhāgavata Purāṇa</em></p>
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		<title>Un fioretto, una forma gentile di tapas</title>
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		<dc:creator><![CDATA[yogasegrate]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jan 2026 11:09:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[Pensando ai fioretti o ai buoni propositi, come quelli che si fanno a Capodanno, è auspicabile che non nascano da una forzatura, né da un’idea di rinuncia o di sacrificio che, per mancanza di naturalezza, ha poco a che fare con la pratica dello Yoga. Eppure, guardando con onestà alla pratica e alla vita, è...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p data-pm-slice="1 1 []">Pensando ai fioretti o ai buoni propositi, come quelli che si fanno a Capodanno, è auspicabile che non nascano da una forzatura, né da un’idea di rinuncia o di sacrificio che, per mancanza di naturalezza, ha poco a che fare con la pratica dello Yoga.</p>
<p>Eppure, guardando con onestà alla pratica e alla vita, è facile accorgersi che <strong>alcune delle trasformazioni più reali non nascono da grandi decisioni, ma da piccoli impegni spontanei</strong>, presi in silenzio, senza suggerimenti né testimoni.</p>
<p>Un fioretto, quando è autentico, nasce spontaneamente e non serve a diventare migliori.</p>
<p><strong>Serve a vedere meglio.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando cambia l’anno, può nascere la sensazione di aprire una porta e attraversare una soglia: la possibilità di entrare in una modalità rinnovata, più fresca, più sincera e più pulita.</p>
<p>Forse è per questo che si crea il desiderio di migliorare, di fare una promessa, di darsi un orientamento più serio.</p>
<p>Un fioretto non dovrebbe nascere dal senso di colpa, ma da un atto di presenza.</p>
<p><strong>È un gesto semplice che interrompe gli automatismi, rende visibili abitudini inutili, mette in dialogo desiderio, volontà e coscienza.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nello Yoga questo gesto è una pratica precisa: <em>tapaḥ</em>, il terzo niyama.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Tapaḥ</em> non è austerità fine a sé stessa, né uno sforzo punitivo.</p>
<p>La sua radice significa calore: <strong>l’ardore che nasce dal profondo</strong> e che spesso, per vari motivi, evitiamo di guardare.</p>
<p>Un fioretto, in questa prospettiva, è una forma gentile di <em>tapaḥ</em>.</p>
<p>Non brucia per distruggere, ma scalda e sostiene la perseveranza; per non fallire, per non tradire un buon proposito.</p>
<p><em>Tapaḥ</em> non ci chiede di trasformarci in qualcuno o in qualcosa che non ci appartiene.</p>
<p>Ci chiede piuttosto di <strong>lasciarci alle spalle il superfluo e di abitare con più lucidità ciò che è veramente importante.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per esempio:</p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>
<p>Quando scegliamo consapevolmente un piccolo contenimento; non reagire d’impatto, non parlare inutilmente, non aggiungere o inventare, non stiamo rinunciando a qualcosa. Stiamo creando spazio, per noi stessi e per chi ci circonda.</p>
</li>
<li>
<p>Quando decidiamo di coltivare un impegno importante, preso in un momento di lucidità, stiamo rafforzando la nostra autostima e la nostra buona volontà.</p>
</li>
<li>
<p>La pazienza nasce quando impariamo a ridimensionare le aspettative, a non dare nulla per scontato e a riconoscere il valore di ciò che già c’è.</p>
</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ed è in questo spazio, spesso minuscolo, ma reale che la pratica smette di essere un’idea e diventa esperienza vissuta. Un fioretto non cambia la vita. Cambia il modo in cui la abitiamo.<br />E questo, a volte è sufficiente.</p>
<hr />
<p data-pm-slice="1 1 []">Yogasūtra II.1</p>
<p><em>tapaḥ–svādhyāya–īśvarapraṇidhānāni kriyāyogaḥ</em></p>
<p>«<em>tapaḥ</em>, studio di sé e abbandono a ciò che è più grande</p>
<p>costituiscono lo Yoga dell’azione consapevole»</p>
<p>Secondo Vyāsa (commentatore del V sec.), <em>tapaḥ</em> non è mortificazione,</p>
<p>ma disciplina scelta che riduce le impurità e rende la mente adatta alla chiarezza.</p>
<p><img decoding="async" class="wp-image-5634 alignleft" src="https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2026/01/libro_fioretto_sito.jpg" alt="" width="167" height="280" srcset="https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2026/01/libro_fioretto_sito.jpg 300w, https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2026/01/libro_fioretto_sito-179x300.jpg 179w" sizes="(max-width: 167px) 100vw, 167px" /></p>
<p data-pm-slice="0 0 []"><strong>Consigli per la Lettura</strong><br />Questo libro è un saggio scritto dal filosofo e storico della filosofia francese Pierre Hadot, pubblicato originariamente nel 1981 in francese con il titolo<em> Exercieces spirituels et philosophie antique.</em> L&#8217;opera esplora la filosofia antica non solo come sistema teorico, ma come modo di vivere e pratica di trasformazione interiore. Hadot sostiene che, per gli antichi, la filosofia non era mera speculazione teorica, ma un insieme di pratiche di vita a volte alla saggezza e alla serenità. Tali &#8220;esercizi spirituali&#8221; includevano la meditazione, il dialogo, la memoria del bene, la contemplazione della natura e la consapevolezza della morte. La filosofia veniva così intesa come un cammino di trasformazione etica e spirituale. Il saggio si fonda su una rilettura di autori classici come Socrate, Epitteto, Seneca, Marco Aurelio e Plotino, evidenziando come le scuole antiche: Stoica, Epicurea, Platonica mirassero alla formazione dell&#8217;anima attraverso pratiche quotidiane. Hadot contrappone questa visione alla riduzione moderna della filosofia a disciplina accademica. </p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Se una persona compie un’azione disprezzabile, non significa che vada ridotta a quell’azione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[yogasegrate]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Dec 2025 16:37:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[Non sempre il modo in cui ci comportiamo racconta chi siamo davvero. A volte è solo l’ombra di ciò che non abbiamo ancora compreso. Quanto un’azione definisce una persona? Lo Yoga ci invita a coltivare discernimento intuitivo (viveka) e non-violenza (ahiṁsā). Questo significa assumersi la responsabilità dei propri gesti, senza però ridurre l’essere umano al...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non sempre il modo in cui ci comportiamo racconta chi siamo davvero.</p>
<p>A volte è solo l’ombra di ciò che non abbiamo ancora compreso.</p>
<p><strong>Quanto un’azione definisce una persona?</strong></p>
<p>Lo Yoga ci invita a coltivare discernimento intuitivo (<em>viveka</em>) e non-violenza (<em>ahiṁsā</em>). Questo significa assumersi la responsabilità dei propri gesti, senza però ridurre l’essere umano al suo errore.</p>
<p>Un’azione può essere grave, ma non coincide con l’essenza di chi la compie. Siamo più vasti dei nostri sbagli, più profondi delle nostre cadute.<br /><br /></p>
<p>«Il Signore del mondo non produce né le attività né le azioni e neppure il legame coi i frutti delle azioni; quello è opera della natura.»</p>
<p>Bhagavad Gītā V.14</p>
<p>Vivere davvero lo Yoga nella vita reale significa riconoscere con lucidità le azioni e le loro conseguenze, distinguendole però dall’essere, per lasciare spazio alla trasformazione.</p>
<p>Ci sono storie che aprono un varco nel cuore; questa, in particolare, ci ricorda che non siamo mai definiti dai nostri errori, ma dalla nostra capacità di vedere e trasformare ciò che in noi chiede luce: <strong>la storia di Vālmīki, l’autore del Rāmāyaṇa.</strong></p>
<p>Una storia che parla di buio, di verità e di rinascita attraverso una sola parola.<br /><br /><strong><em>MĀRA</em> — la parola della fine</strong></p>
<p><strong>La parola <em>Māra</em> significa “colui che dà la morte”.</strong></p>
<p>Nello Yoga questa morte non significa distruzione, ma trasformazione consapevole. Nella pratica yoga, una questione tutt’altro che scontata è proprio questa: <strong>vivere molte piccole morti, continuamente, lasciando andare ciò che non serve più — abitudini, difese, identificazioni </strong>— non perché siano necessariamente “sbagliate”, ma perché hanno esaurito la loro funzione.</p>
<p><strong>Ogni atto di verità chiede una rinuncia.</strong></p>
<p><strong>Ogni cambiamento reale implica la fine di qualcosa che eravamo.</strong></p>
<p><em>Māra</em> è il nome di questo passaggio: la morte di ciò che ci trattiene, affinché qualcosa di più autentico possa emergere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La trasformazione di Vālmīki e il potere della coscienza</strong></p>
<p>Prima di essere un ṛṣi, Vālmīki era un uomo perso. Molto prima di diventare poeta e saggio, viveva immerso in un’ombra che credeva luce.</p>
<p>Rubava, feriva, uccideva… ma si ripeteva una giustificazione apparentemente inattaccabile:</p>
<p>«Lo faccio per la mia famiglia.»</p>
<p>Fu l’incontro con Nārada a spezzare l’incantesimo.</p>
<p>Non con un rimprovero, né con una condanna o una lezione morale.</p>
<p>Nārada gli pose soltanto una domanda, semplice e inesorabile:</p>
<p><strong>«Vai da coloro per cui dici di agire e chiedi se sono disposti a condividere il <em>karma</em> delle tue azioni.»</strong></p>
<p>Quando la moglie gli rispose:</p>
<p><strong>«No. Il <em>karma</em> delle tue azioni è tuo.»</strong></p>
<p>Vālmīki sentì crollare l’intero edificio che lo sosteneva.</p>
<p>Vide, per la prima volta, la verità senza veli.</p>
<p>Non fu un giudizio né una colpa: fu un risveglio.</p>
<p>Seduto nella foresta, sconvolto, iniziò a meditare.</p>
<p>E per segnare la fine del suo modo di vivere pronunciò una sola parola:</p>
<p><strong><em>MĀRA</em></strong></p>
<p>Quella parola gli aprì lo spazio vuoto, la fine necessaria prima di ogni inizio.</p>
<p><strong><em>RĀMA</em> — la parola in cui la luce prende forma</strong></p>
<p>Ripetendo <em>Māra</em> per ore, Vālmīki entrò così profondamente nella vibrazione che la parola cominciò a rovesciarsi:</p>
<p><em>MĀRA</em> si trasformò in <em>RĀMA</em>.</p>
<p>Un semplice cambio di prospettiva: non fu la parola a trasformarsi, ma la coscienza a cambiare posizione dentro di essa.</p>
<p>Etimologia spirituale:</p>
<ul>
<li><em>RA</em> = luce, rivelazione, splendore</li>
<li><em>MA</em> = forma, misura, contenimento</li>
</ul>
<p><em>RĀMA</em> significa: colui in cui la luce prende forma, dharma incarnato.</p>
<p>La morte dell’ego divenne spazio per l’illuminazione.</p>
<p>La fine divenne principio.</p>
<p>Questa storia ci insegna qualcosa di essenziale:</p>
<ul>
<li>chi agisce in modo scorretto non è scorretto: è qualcuno che non ha ancora visto fino in fondo;</li>
<li>il comportamento non coincide con l’essere;</li>
<li><em>Māra</em> è la parte che deve morire: l’abitudine, la difesa, la narrazione che imprigiona;</li>
<li><em>Rāma</em> è ciò che nasce quando smettiamo di nasconderci dalla verità.</li>
</ul>
<p>La trasformazione inizia quando smettiamo di difendere la nostra storia e iniziamo ad ascoltarci sinceramente.</p>
<p>La trasformazione non nasce dal giudizio, ma dalla verità.</p>
<p>___________________________________________________________________________________<br data-cke-eol="1" /><br data-cke-eol="1" /><br data-cke-eol="1" /><br /></p>
<p><em>Una proposta di pratica di ascolto, semplice ma potente</em></p>
<ol>
<li>Siediti in silenzio.</li>
<li>Inspira pronunciando mentalmente MA.</li>
<li>Espira pronunciando mentalmente <em>RA</em>.</li>
<li>Senti come <em>MA</em> contiene e <em>RA</em> illumina.</li>
<li>Lascia che la parola risuoni dentro, non solo nella mente.</li>
</ol>
<p>Un piccolo atto di <em>pratyāhāra</em>: ritirare i sensi e rivolgere lo sguardo verso la verità interiore.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Quando l’ego si trasforma in uno strumento limpido, l’universalità si rivela</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Nov 2025 10:31:29 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Quando l’ego si trasforma in uno strumento limpido, l’universalità si rivelaNella visione dello Yoga, l’ego (ahaṃkāra) è la forza che separa, che definisce un “io” separato dal resto dell’esistenza. È una funzione necessaria per agire nel mondo, ma quando se ne diventa prigionieri, si dimentica la propria vera natura. Patañjali descrive questa negligenza come avidyā, l’ignoranza...]]></description>
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<p><strong>Quando l’ego si trasforma in uno strumento limpido, l’universalità si rivela</strong><br />Nella visione dello Yoga, l’ego (<em>ahaṃkāra</em>) è la forza che separa, che definisce un “io” separato dal resto dell’esistenza. È una funzione necessaria per agire nel mondo, ma quando se ne diventa prigionieri, si dimentica la propria vera natura.</p>
<p>Patañjali descrive questa negligenza come <em>avidyā</em>, l’ignoranza fondamentale che ci fa confondere il Sé (<em>puruṣa</em>) con ciò che non lo è, con il corpo, la mente, le emozioni, i ruoli.</p>
<p>Negli <em>Yogasūtra</em> (II.6) leggiamo: «<em>Dṛg–darśana–śaktyor ekātmateva asmitā</em>»</p>
<p><u><strong>Traslitterazione e analisi dei termini</strong></u></p>
<ul>
<li><em>dṛk–śaktiḥ</em> → la forza cosciente dell’osservatore, il potere del “vedere” (la pura consapevolezza)</li>
<li><em>darśana–śaktiḥ</em> → la facoltà di percezione o conoscenza (<em>buddhi</em>, l’intelletto che osserva)</li>
<li><em>eka–ātmā</em> → unità, identità, percezione di essere uno</li>
<li><em>iva</em> → come se, in modo apparente</li>
<li><em>asmitā</em> → senso dell’io, identificazione, egoità</li>
</ul>
<p><strong>Significato del s<em>ūtra</em></strong><br />La colorazione dell’egoismo (<em>asmitā</em>), che nasce dall’ignoranza (<em>avidyā</em>), avviene a causa dell’errore di scambiare l’intelletto (<em>buddhi</em>), cioè la facoltà che conosce, decide, giudica e discrimina, con la pura coscienza (<em>puruṣa</em>).</p>
<p><u><strong>Traduzione in parole semplici </strong></u><br /><strong>Cosa significa a<em>smitā?</em></strong><br /><em>Asmitā</em> è credere di essere solo la nostra mente o le nostre emozioni. È come se un attore, dopo aver recitato tante volte una parte, si dimenticasse che è un attore e pensasse di essere davvero il personaggio del film!</p>
<p><strong>Chi è il Testimone?</strong><br />Dentro di noi c’è una parte che osserva tutto: guarda i pensieri, le emozioni, le cose che succedono. È come uno spettatore seduto al cinema che guarda il film della vita ma non è dentro al film. Quando siamo arrabbiati, quella parte vede la rabbia. Quando siamo felici, la stessa parte vede la gioia. Lei non si trasforma ma resta stabile, come il cielo che osserva le nuvole che passano.</p>
<p><strong>Un esempio semplice</strong><br />Immaginiamo che la nostra mente sia come il cielo e i pensieri siano le nuvole. A volte arrivano nuvole scure, a volte bianche e leggere. Ma il cielo non diventa mai le nuvole: rimane sempre il cielo. Allo stesso modo, noi non siamo i nostri pensieri o le nostre emozioni, ma il cielo che li osserva.</p>
<p><strong>Come aiuta lo yoga?</strong><br />Quando pratichiamo yoga, ad esempio respirando piano e con attenzione, impariamo a guardare i pensieri senza farci trascinare da loro.</p>
<p>È come osservare una barchetta che scorre su un fiume: la vediamo passare, ma restiamo sulla riva, tranquilli.</p>
<p>Con il tempo, il testimone dentro di noi, (quella parte silenziosa che osserva) diventa sempre più forte e libero.</p>
<p>Così non siamo più prigionieri della rabbia, della paura del pensiero o delle aspettative, ma scopriamo che possiamo osservare tutto con calma, scegliere come reagire… o persino non reagire affatto.</p>
<p>Man mano che impariamo a osservare senza giudizi né pregiudizi, diventiamo capaci di distinguere sempre meglio ciò che è reale da ciò che è soltanto una costruzione della mente, una sovrastruttura creata da noi o dagli altri.</p>
<p><em>Chāndogya Upaniṣad </em>lo esprime con semplicità disarmante:<em> tat tvam asi </em> “<strong>Tu sei Quello</strong>.”<br />Dietro ogni forma individuale pulsa la stessa coscienza universale. Nel momento in cui l’ego si perde, non scompare l’individuo, ma si dissolve la sua illusione di separazione. Allora si manifesta la percezione diretta dell’unità, dell’universalità che da sempre esiste e sostiene ogni cosa.</p>
<p>È come se una goccia d’acqua, smettendo di temere di perdere sé stessa, scoprisse di essere sempre stata mare.</p>
<p><u><strong>Educare il nostro ego è già difficile sulla carta, figuriamoci nella vita.</strong></u><br />Lo yoga non promette miracoli, ma offre strumenti. Ogni passo verso la chiarezza richiede pratica, ascolto e un impegno costante. Non bisogna illudersi che il cambiamento sia facile o immediato: nasce da una disciplina profonda, da gesti quotidiani che lentamente trasformano la nostra visione. <strong>La pratica va fatta non con l’intenzione di eliminare l’ego, ma per imparare a vederlo, accoglierlo e lasciarlo andare</strong>.<br /><br /><strong>Esempi di pratiche quotidiane per prendere coscienza dell’ego e orientarsi verso l’unità: riconoscere prima di correggere</strong><br />Patañjali (<em>Yogasūtra</em> II.6) dice che <em>asmitā</em>, l’identificazione con l’“io”, nasce quando l’intelligenza (<em>buddhi</em>) si confonde con il Sé. Ogni volta che pensi “io ho ragione” o “io so meglio”, fermati un istante. Osserva la tensione nel corpo e nel respiro. Quel riconoscimento è già il primo atto di libertà.</p>
<p><strong>Praticare l’umiltà del corpo</strong><br />Scegli pratiche che invitano all’ascolto e all’abbandono, non alla performance. Come <em><strong>Balāsana, Paścimottānāsana, Viparīta Karaṇī, Januśirsāsana o Yoga Nidra</strong></em>: esercizi che smantellano l’ambizione, l’orgoglio e insegnano l’arte di lasciare andare.<br /><br /><strong>Coltivare il silenzio interiore</strong> (<em>antar mouna</em>)<br />Quando il pensiero rallenta, l’ego non trova terreno su cui crescere. Dedica ogni giorno qualche minuto all’ascolto del respiro, senza obiettivi. Impara a non reagire: tra stimolo e risposta c’è lo spazio in cui vive la consapevolezza.</p>
<p><strong>Agire senza possesso dei frutti</strong><br /><em>Bhaghavadgītā </em>«Acquisisci stabilità nello yoga, abbandonando l’attaccamento al risultato». Offri ogni azione, anche la più piccola, come servizio (<em>sevā</em>). Insegna, prepara, organizza, ma lascia che la gioia venga dal gesto stesso, non dal riconoscimento.</p>
<p><strong>Praticare <em>maitrī,</em> la benevolenza attiva</strong><br /><em>Maitrī</em>, negli <em>Yogasūtra (</em>I.33), è l’antidoto naturale all’ego. Quando senti chiusura o rivalità, prova a generare dentro di te un pensiero benevolo verso quella persona. Non si tratta di approvazione, ma piuttosto di scegliere di non alimentare il ciclo delle reazioni.</p>
<p><strong>Esercizio di consapevolezza</strong><br />Prova a scrivere una lettera (decidi tu quanto lunga) senza usare la parola “io”. Lascia che le frasi nascano da un luogo più silenzioso, dove non c’è bisogno di raccontarsi ma solo di osservare, sentire, esprimere. Scoprirai quanto linguaggio e pensiero dipendano dall’identificazione con l’“io” e quanto spazio si apre quando quel centro si ammorbidisce.</p>
<p><strong>Offrire ogni sera una revisione gentile</strong> <br />Prima di dormire, osserva la giornata come un testimone. Dove l’ego ha preso la scena? Dove, invece, hai lasciato spazio alla presenza? Senza giudizio: è così che si affina l’intelligenza del cuore.<br /><br /><strong>Ricordare che l’ego non si elimina, si educa</strong><br />È un alleato quando serve a compiere il <em>dharma</em>, ma deve imparare a non sedersi al posto del Sé. Simile a un animale da addomesticare, va educato, non disintegrato.</p>
<p><img decoding="async" class="wp-image-5537 alignleft" src="https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2025/11/libro-consigliato_sito.jpg" alt="" width="189" height="286" srcset="https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2025/11/libro-consigliato_sito.jpg 450w, https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2025/11/libro-consigliato_sito-199x300.jpg 199w" sizes="(max-width: 189px) 100vw, 189px" /></p>
<p>T. M. Mahadevan, <strong><em>Chi sono io? Gli insegnamenti di Sri Ramana Maharshi</em></strong>, Edizioni Il punto d&#8217;incontro, 2003 Vicenza </p>
<p>Questo breve testo raccoglie l’essenza dell’insegnamento di Ramana Maharshi: la via diretta dell&#8217;autoindagine (ātma-vicāra).</p>
<p>Secondo il Maestro, la radice di ogni sofferenza è l’identificazione con l’“io” personale, che nasce dal pensiero “io sono il corpo”. La pratica consiste nel rivolgere l’attenzione verso la sorgente di questo pensiero, chiedendosi con sincerità:</p>
<p>“Chi sono io?”</p>
<p>Ogni volta che la mente si distrae o si identifica con un pensiero, bisogna riportarla al senso puro dell’essere — Aham, “Io sono”. Quando il pensiero “io” si dissolve nella sua origine, resta soltanto la consapevolezza senza oggetto, il Sé (Ātman), che è silenzio, pace e presenza infinita.</p>
<p>Ramana insegna che non serve cercare Dio fuori di sé: il Sé è già la realtà ultima (sat-cit-ānanda — essere, coscienza e beatitudine). Il cammino non richiede sforzi esteriori, ma la ferma e dolce attenzione al principio finché “Io” non scompare nel silenzio.</p>
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		<title>Yama e Niyama: non primeggiare ma fare del nostro meglio</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Oct 2025 09:38:33 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Yama e Niyama &#8211; A volte è meglio essere il secondo più bravo In senso yogico questa idea può avere molti significati, tutti legati all&#8217;atteggiamento interiore con cui viviamo la pratica e la vita. Non è importante essere il migliore, ma piuttosto fare sempre del proprio meglio. Umiltà e non-egoEssere “secondi” significa coltivare l’umiltà e...]]></description>
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<p><strong>Yama e Niyama &#8211; A volte è meglio essere il secondo più bravo</strong><br /><br />In senso yogico questa idea può avere molti significati, tutti legati all&#8217;atteggiamento interiore con cui viviamo la pratica e la vita. Non è importante essere il migliore, ma piuttosto fare sempre del proprio meglio.</p>
<p><strong>Umiltà e non-ego</strong><br />Essere “secondi” significa coltivare l’umiltà e lasciare da parte l’ego (ahaṃkāra). Vivere ahiṁsā (non-violenza) e satya (sincerità) significa non dover dimostrare di essere migliori, ma cercare di essere autentici. Anche asteya (non rubare) ci ricorda che non abbiamo bisogno di appropriarci del valore altrui per sentirci grandi: ognuno ha il proprio percorso.</p>
<p><strong>Accoglienza del limite</strong><br />Essere “secondi” vuol dire accogliere i propri limiti senza forzare, rispettando il corpo e la mente. È saṁtoṣa (accontentarsi) e tapas (ardore), ma anche brahmacarya (uso equilibrato dell’energia): non bruciarsi per arrivare primi, ma imparare a dosare forza e volontà con saggezza. In questo senso è meglio non spingersi oltre per cercare di essere “i primi”, perché l’ossessione del risultato ci allontana dagli scopi dello yoga: armonia e consapevolezza.</p>
<p><strong>Crescita continua</strong><br />Se ti consideri “il primo”, rischi di sentirti arrivato e smetti di imparare. Se resti “secondo”, sei sempre in cammino, aperto e ricettivo, immerso nello spirito di svādhyāya (lo studio di sé). Così lo yoga diventa un percorso di crescita continua. Śauca (la purezza, esterna e interna) sostiene questo cammino, perché ogni passo ha bisogno di chiarezza e di spazio interiore per fiorire.</p>
<p><strong>Valore della relazione</strong><br />Essere “secondi” apre al valore della relazione: riconoscere l’altro, gioire insieme, coltivare maitrī (benevolenza). In questo atteggiamento c’è anche aparigraha (non attaccamento), perché non ci aggrappiamo alla vittoria personale, ma sappiamo lasciare spazio al successo di chi ci sta accanto.</p>
<p><strong>Affidarsi</strong><br />Infine, essere “secondi” è anche un atto di fiducia: īśvarapraṇidhāna, affidarsi a qualcosa di più grande del nostro ego. Non dobbiamo essere sempre noi al centro, non dobbiamo controllare tutto. Possiamo affidarci al cammino, con la certezza che lo yoga ci illumina e ci accompagna verso la nostra meta.</p>
<p><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.1.0/72x72/1f338.png" alt="🌸" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> In sintesi: in senso yogico, essere il secondo significa scegliere la via dell’umiltà, dell’ascolto e della crescita costante, vivere i principi di Yama e Niyama, e riconoscere che la vera vittoria non è primeggiare, ma trasformarsi passo dopo passo.</p>
<p>Ecco alcune riflessioni degli allievi della Scuola di formazione:</p>
<p>“Yama e Niyama riguardano il comportamento sociale e il modo di vita, il modo in cui interagiamo con gli altri e con l’ambiente, il modo in cui affrontiamo i problemi. Nessuno può cambiare in un giorno, lo yoga ci aiuta a cambiare poco a poco i nostri comportamenti. Anche se a volte per motivi diversi questa filosofia viene meno”. Nunzia Carbone</p>
<p>“Trovo che Yama e Niyama siano strumenti efficaci, concreti e sorprendentemente attuali per portare lo Yoga nella vita quotidiana, al di là del tappetino. Sono linee guida che trasformano lo Yoga in una vera e propria “abilità nelle opere”, offrendo riferimenti e suggerimenti per vivere con integrità, gentilezza e chiarezza. Per me rappresentano spunti preziosi di riflessione, che mi aiutano a orientarmi e a definire come desidero vivere la mia vita, sia in una prospettiva di crescita personale e spirituale, sia nel rapporto con gli altri. Invitano a cercare un equilibrio tra la sincerità verso se stessi e il rispetto verso chi ci circonda. L’obiettivo dello Yoga non è raggiungere un traguardo uguale per tutti, ma avanzare, diventare ogni giorno una versione migliore di ciò che siamo. Richiede la disponibilità a guardarsi dentro e a comprendere cosa significhi davvero “miglioramento” per ciascuno di noi. Per me, la direzione è l’autenticità intesa come libertà di riflettere e cambiare, dare senso alle cose, avere coraggio, mettermi in discussione, restare unica e fedele a me stessa, sempre. Non so dove mi porterà questo cammino nello Yoga, ma non sento la necessità di saperlo: per ora, il percorso è meraviglioso e sufficiente”. Bianca Corbella</p>
<p>“Inconsapevolmente (ovvero senza conoscere Yama e Niyama) ho iniziato il percorso dello Yoga perché a livello “istintivo” sentivo che era la direzione, la strada è molto lunga, ma la direzione è stare dentro Yama e Niyama accettandomi per quello che sono e sorridendo sul cammino”. Anna Filippini</p>
<p>“Riflettere su Yama e Niyama per me è tanto affascinante quanto delicato, perché mi riporta direttamente nella mia fede cristiana. Sono i principi da cui nascono e che poi regolano i rapporti umani, l’amore che siamo disposti a dare e che siamo in grado di ricevere. Sono i principi sui quali si reggono le relazioni che instauriamo, e grazie ai quali siamo in grado di sacrificarci per fare spazio all’altro dentro di noi. Sono questi per me Yama e Niyama, i principi che permettono l’equilibrio dentro di noi, nel rapporto con gli altri e con noi stessi, preservando ciò che è Sacro dentro di noi, nel rapporto vero, profondo con chi la vita mette sul nostro percorso e anche con chi è lontano momentaneamente…<br />L’ispirazione a essere migliore, per custodire la bellezza di questa vita, per accorgersi dei piccoli e grandi doni di questa vita”. Maria Grieco</p>
<p>“Nella resa a quello che succede, sto vivendo, nel pensiero che muovendomi con le giuste intenzioni succederanno cose (giuste?) alle quali arrendermi per trovare quiete (o quantomeno provarci)”. Fabrizio Lauria</p>
<p>“Quando penso allo Yoga e al concetto di Yama e Niyama mi viene in mente una bellissima frase di Patrick Tomatis che mi ha colpito particolarmente: &#8216;Per me lo Yoga è ritrovare se stessi, ogni volta che aiuti l’altro a potersi ritrovare, ad avvicinarsi a se stesso, in quel momento sei veramente nel cuore dello Yoga&#8217;. Yama: ritrovare me stessa nel rapporto con gli altri, Niyama: il rapporto con me stessa con una nuova consapevolezza, ogni giorno in continua evoluzione”. Laura Mattioli </p>
<p>&#8220;I valori yama e niyama sono ciò che dà valore all’esistenza: mi danno la possibilità di crescere anche laddove io non credevo più che fosse possibile. I valori sono una misura per capire dove mi trovo, dove sono diretta, come ci sto andando. Alcuni sono scesi più nel profondo del cuore, altri meno, alcuni sono più presenti in una fase della vita, altri in un’altra. Se per molto tempo al centro della mia vita c’è stato “accontentarsi”, oggi non riesco a vivere senza alimentare il “fuoco”, e quando si spegne mi sento un po’ morire. Fatico a non essere possessiva ed egocentrata, ma continuo a protendermi verso il dono e la rinuncia e spesso torno a confrontarmi con le Scritture alla ricerca di Dio per capire chi sono oggi e chi vorrei essere. Aspiro alla non-violenza continuamente ma è un lavoro costante verso me stessa e verso chi mi è vicino&#8221;. Marcella Miceli</p>
<p>“Spero che sentirsi parte di un noi più grande e cercare di far sentire gli altri nello stesso modo, rispettandoli senza giudicarli a priori, possa contribuire a migliorare il mondo violento in cui viviamo: Ahiṁsā ”. Valentina Pasquali</p>
<p>“Credo che si inizi a fare yoga veramente quando lo si porta fuori dalla sala, nell’atteggiamento verso se stessi e verso gli altri. Non è sempre facile, ma per quanto mi riguarda, mi fa stare meglio. Riporto una frase che condivido: &#8216;Yoga senza Yama e Niyama è come un corpo senza anima&#8217;&#8221;. Valentina Pirazzoli</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La Luna nella tradizione indiana</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Oct 2025 08:20:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[La luna ha sempre catturato lo sguardo e l’immaginazione dell’essere umano. Nella tradizione indiana, Candra non è solo l’astro che illumina la notte, ma una presenza viva, ricca di significati, che si intrecciano tra mito, simbolo e pratica yogica. Candra, il dio della luna, piano mitologicoNei testi vedici e purāṇici, Candra è un deva maschile,...]]></description>
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<p>La luna ha sempre catturato lo sguardo e l’immaginazione dell’essere umano. Nella tradizione indiana, Candra non è solo l’astro che illumina la notte, ma una presenza viva, ricca di significati, che si intrecciano tra mito, simbolo e pratica yogica.</p>
<p><strong>Candra, il dio della luna, piano mitologico</strong><br />Nei testi vedici e purāṇici, Candra è un deva maschile, luminoso e affascinante, che guida un carro trainato da antilopi o cavalli bianchi. È sposo della splendida Rohiṇī e uno dei navagraha, le nove influenze planetarie. La sua luce, dolce e nutriente, è legata al Soma, la bevanda sacra degli dèi, simbolo di immortalità. Nel mito del frullamento dell’oceano (samudramathana), Candra emerge come uno dei tesori cosmici, segno della sua natura preziosa e benefica.</p>
<p><strong>La luna come archetipo, piano simbolico-universale</strong><br />Al di là del mito, la luna è un archetipo universale: rappresenta ricettività, intuizione e ciclicità, è collegata alla fertilità e ai ritmi della natura, incarna un principio femminile (Śakti, yin), che accoglie e riflette, come lo specchio d’acqua riflette la luce del sole. Queste qualità non sono legate al sesso biologico del dio (maschile), ma alla percezione universale delle sue energie.</p>
<p><strong>L’energia lunare nello yoga, piano yogico-energetico</strong><br />Nello yoga, “lunare” significa fresco, introspettivo, calmante. Il canale energetico sinistro, iḍā nāḍī, è detto “percorso energetico del candra” e si attiva con il respiro nella narice sinistra. Possiamo quindi distinguere diversi piani:<br />mitologico – Candra come dio maschile nella cosmologia indiana.<br />simbolico – archetipico la luna come principio femminile, ciclico e intuitivo.<br />energetico – qualità lunari come freschezza e quiete, manifestate nel corpo sottile.</p>
<p>Questi tre piani non si escludono, ma si intrecciano: insieme danno vita a un’immagine ricca e stratificata, che possiamo contemplare e allo stesso tempo incarnare nella pratica.</p>
<p>Come proposta più “lunare”, possiamo orientarci verso posture distensive, da mantenere a lungo, lasciandoci cullare da un ritmo più lento. In questo modo diventiamo capaci di “respirare le posture”, amplificando l’ascolto interiore e la ricettività.</p>
<p>Visualizziamo Candra e lasciamo che la sua luce argentata ci avvolga: nella sua calma troviamo quiete, nel suo splendore ispirazione, nella sua ciclicità fiducia nel rinnovamento. Così come la luna cresce e cala per poi tornare piena, anche la nostra pratica respira, si espande e si raccoglie, nutrendo il corpo, la mente e lo spirito. Queste pratiche, oltre a rigenerare, sono un prezioso strumento per preparare il sādhaka alla profondità silenziosa di dhyāna, la meditazione.</p>
<p><strong>Letture consigliate – Simboli ed energie nello Yoga, due testi fondamentali per comprendere il linguaggio simbolico de</strong><strong>llo Yoga e l’energia interiore. </strong></p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-5512 alignleft" src="https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2025/10/libro2.jpeg" alt="" width="260" height="260" srcset="https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2025/10/libro2.jpeg 474w, https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2025/10/libro2-300x300.jpeg 300w, https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2025/10/libro2-150x150.jpeg 150w" sizes="(max-width: 260px) 100vw, 260px" />Ajit Mookerjee, <em>Kundalini: The Arousal of the Inner Energy, </em>prima edizione Thames &amp; Hudson, Londra, 1982 (il testo non è stato tradotto in italiano).</p>
<p>Ajit Mookerjee (1915–1990), studioso indiano di arte e simbolismo tantrico, propone in questo libro un approccio che intreccia iconografia, testi tradizionali e psicologia moderna. L’opera è ricca di illustrazioni, disegni e miniature, che mostrano i simboli della kuṇḍalinī e dei cakra.</p>
<p>I nuclei tematici: Che cos’è la kuṇḍalinī: l’energia latente alla base della colonna vertebrale, raffigurata come un serpente arrotolato. I cakra: descrizione dei sette principali centri energetici, con i relativi simboli, divinità, bījamantra, animali e colori. Il processo di risveglio: tecniche e vie (āsana, prāṇāyāma, mantra, visualizzazioni, riti tantrici). Simbolismo tantrico: raffigurazioni del serpente, della śakti, dell’unione di Śiva e Śakti, come metafora della trasformazione interiore. Aspetti psicologici: confronto tra il simbolismo dei cakra e le interpretazioni junghiane dell’inconscio e dell’archetipo. Finalità: dall’esperienza estatica al conseguimento di una coscienza superiore, in cui energia individuale e coscienza universale si uniscono.</p>
<p>È accessibile, perché non è un trattato tecnico come l’Haṭha Yoga Pradīpikā, ma un’esposizione ricca di immagini e spiegazioni. Funziona come ponte culturale: rende comprensibili a un pubblico occidentale i simboli tantrici senza ridurli a pura psicologia.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-5511 alignleft" src="https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2025/10/libro1.jpeg" alt="" width="225" height="233" />Heinrich Zimmer, a cura di Joseph Campbell e Fabrizia Baldissera (trad), <em>Miti e simboli dell’India</em>, Adelphi &#8211; 1993 (ed. recente 2018)</p>
<p>Zimmer (1890–1943) non riuscì a completare la stesura finale dell’opera: i suoi appunti e le lezioni furono raccolti, ordinati e curati da Joseph Campbell (il celebre autore di <em>The Hero with a Thousand Faces</em>), che ne rese possibile la pubblicazione. Il libro esplora in profondità: le figure divine dell’induismo (Śiva, Viṣṇu, Devī,), i simboli mitici (mandala, cakra, loto, liṅga, ecc.), i riti e le immagini come strumenti di contemplazione e di trasformazione, il legame tra arte, mito e spiritualità nell’India tradizionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>È considerato un testo fondamentale perché non si limita a descrivere i simboli, ma li interpreta come porte di accesso a stati di coscienza e a una comprensione più profonda dell’esperienza spirituale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Lo Yoga che viaggia con te</title>
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		<dc:creator><![CDATA[yogasegrate]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 31 Jul 2025 11:08:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&#160; Anche in vacanza possiamo coltivare la presenza e il benessere, senza rinunciare al piacere della condivisione. Bastano pochi minuti: una sequenza semplice come Sūrya o Candra Namaskāra, seguita da esercizi di respiro consapevole (prāṇāyāma), un mantra da ascoltare o recitare mentalmente, e un momento di rilassamento o meditazione. Se abbiamo più tempo, possiamo praticare...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>&nbsp;</p>
<p>Anche in vacanza possiamo coltivare la presenza e il benessere, senza rinunciare al piacere della condivisione.</p>
<p>Bastano pochi minuti: una sequenza semplice come Sūrya o Candra Namaskāra, seguita da esercizi di respiro consapevole (prāṇāyāma), un mantra da ascoltare o recitare mentalmente, e un momento di rilassamento o meditazione.</p>
<p>Se abbiamo più tempo, possiamo praticare la sequenza delle 10 posizioni (e le sue varianti), la prima serie dell’Aṣṭāṅga Vinyāsa Yoga o altre pratiche a voi care. I momenti di vacanza sono perfetti per sperimentare o far evolvere una pratica personale. Meglio scegliere una pratica completa ma essenziale, da portare ovunque – in riva al mare, sotto un albero, o nella quiete del mattino – senza interrompere l’armonia della vacanza, che siate da soli, in famiglia, con il vostro compagno, un amico a quattro zampe o con altri amici.</p>
<p>In questo editoriale vi proponiamo video, spunti e ispirazioni pensate per dare un supporto a chi già conosce le pratiche proposte da YogaSegrate. Si tratta di materiale didattico per accompagnarvi nella vostra estate yogica. Qui sotto trovate alcuni link delle sequenze nominate sopra, potete curiosare nel canale you tube di YogaSegrate dove troverete anche altre pratiche.</p>
<p>Chi tra voi ha maturato un po&#8217; di esperienza, <a href="https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid036vjxwPHmkt7BAaPMA1ir4BXnXYR9wnx44Z5mNSTNoEJgFbg25LwKbTCcxPeNVd85l&amp;id=100001025994440" target="_blank" rel="noopener" data-cke-saved-href="https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid036vjxwPHmkt7BAaPMA1ir4BXnXYR9wnx44Z5mNSTNoEJgFbg25LwKbTCcxPeNVd85l&amp;id=100001025994440">trova qui.</a> la traccia da seguire, chi ha già esperienza nella pratica e vuole condividere qualche variante più difficile potrà farlo nei commenti dello stesso link </p>
<p><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.1.0/72x72/1f31e.png" alt="🌞" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.1.0/72x72/1f319.png" alt="🌙" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /><br /><br />——————-</p>
<p><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.1.0/72x72/1f31e.png" alt="🌞" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />Ideale per la mattina, aprite il corpo e il respiro con sūrya namaskāra (il saluto al sole)</p>
<p><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.1.0/72x72/1f3a5.png" alt="🎥" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Aṣṭāṅga Vinyāsa Yoga<br /><a href="https://youtu.be/3Lom4DaMrYg?si=i7Oqa4JUd7oacijL" target="_blank" rel="noopener" data-cke-saved-href="https://youtu.be/3Lom4DaMrYg?si=i7Oqa4JUd7oacijL">Metodo <em lang="sa-Latn">aṣṭāṅgavinyasayoga</em></a><a href="https://youtu.be/3Lom4DaMrYg?si=i7Oqa4JUd7oacijL" target="_blank" rel="noopener" data-cke-saved-href="https://youtu.be/3Lom4DaMrYg?si=i7Oqa4JUd7oacijL"> serie A e B)</a></p>
<p><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.1.0/72x72/1f3a5.png" alt="🎥" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Nil Hahoutoff : <br /><a href="https://youtu.be/XWVxwZ6azxA?si=WpbArtGB8FFLU_1W" target="_blank" rel="noopener" data-cke-saved-href="https://youtu.be/XWVxwZ6azxA?si=WpbArtGB8FFLU_1W">Filmato 1 (variante 1 e due)</a>    <br /><a href="https://youtu.be/IUu2Sq89x7M?si=8QaEvWiuxdNo_YjU" target="_blank" rel="noopener" data-cke-saved-href="https://youtu.be/IUu2Sq89x7M?si=8QaEvWiuxdNo_YjU">Filmato 2 (al termine del Saluto completo la variante con semplificazioni</a>) </p>
<p><br /><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.1.0/72x72/1f3a5.png" alt="🎥" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Śrī Śrī Śrī Satchidananda Yogin<br /><a href="https://youtu.be/tBSgGCT0QT8?si=PUYdDpUeLKLCAL6J" target="_blank" rel="noopener" data-cke-saved-href="https://youtu.be/tBSgGCT0QT8?si=PUYdDpUeLKLCAL6J">Prima e Seconda variante </a></p>
<p><br /><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.1.0/72x72/1f319.png" alt="🌙" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Molto indicato per una pratica serale o pomeridiana: Candra Namaskāra (il saluto alla luna)<br />Una pratica più distensiva interessante per il corpo e la mente andando verso la fine della giornata.</p>
<p><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.1.0/72x72/1f3a5.png" alt="🎥" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Haṭhayoga<br /><a href="https://youtu.be/Hy9c3z_PuUU" target="_blank" rel="noopener" data-cke-saved-href="https://youtu.be/Hy9c3z_PuUU">Candra Namaskāra</a></p>
<p><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.1.0/72x72/1f32c.png" alt="🌬" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> proposta di prāṇāyāma estivo: Śītalī e Śītkārī, tecniche di respirazione rinfrescante, ideali per l’estate, da eseguire dopo la pratica o in un momento di quiete.<br /><br /></p>
<p><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.1.0/72x72/1f300.png" alt="🌀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> śītalī prāṇāyāma</p>
<p>– Arrotola la lingua come un  “tubicino” (se puoi), inspira attraverso essa lentamente, come se stessi bevendo l’aria.</p>
<p>– Chiudi la bocca ed espira lentamente dal naso</p>
<p>– Ripeti a piacere</p>
<p><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.1.0/72x72/1f300.png" alt="🌀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> śītkārī prāṇāyāma</p>
<p>– La lingua viene appoggiata al palato e sfiora i denti superiori, inspira lentamente nella fessura che si crea sempre con l’idea di inalare un liquido denso.</p>
<p>– Espira dal naso a bocca chiusa.</p>
<p>L’ effetto di questi due esercizi è calmante e rinfrescante</p>
<p><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.1.0/72x72/1f3a7.png" alt="🎧" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Puoi accompagnare il respiro ripetendo il mantra Oṁ Śāntiḥ Śāntiḥ Śāntiḥ, oppure in silenzio. Se si inseriscono delle pause spontanee é bene assecondarle.</p>
<p>“<em>Il respiro è il ponte tra corpo e mente: rallentarlo è come spalancare una finestra sull’interiorità.</em>”</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-5384 alignleft" src="https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2025/07/desikachar.jpeg" alt="" width="178" height="251" srcset="https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2025/07/desikachar.jpeg 264w, https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2025/07/desikachar-213x300.jpeg 213w" sizes="(max-width: 178px) 100vw, 178px" /><strong>Il cuore dello yoga – T.K.V. Desikachar</strong></p>
<p>“Il cuore dello yoga” è un testo fondamentale di T.K.V. Desikachar, figlio e allievo diretto di Sri T. Krishnamacharya, uno dei più grandi maestri di yoga del XX secolo.</p>
<p>In questo libro, Desikachar offre una guida chiara e accessibile per sviluppare una pratica di yoga personalizzata, capace di adattarsi alle caratteristiche e ai bisogni individuali di ciascuno.</p>
<p>Il libro non si limita alla tecnica, ma accompagna il lettore in un percorso che intreccia pratica, respirazione, meditazione e filosofia. I principali temi trattati includono:</p>
<ul>
<li>Āsana (posizioni)<br />Le posture vengono spiegate con attenzione, mettendo in luce l’importanza dell’adattamento alle possibilità di ciascun praticante. Viene dato ampio spazio anche alle controposizioni e all’equilibrio tra stabilità e agio.</li>
<li>Prāṇāyāma (respirazione consapevole)<br />Le tecniche respiratorie sono presentate come strumenti per affinare la concentrazione, coltivare la vitalità e portare consapevolezza all’esperienza del momento presente.</li>
<li>Meditazione<br />Il testo introduce gradualmente alla pratica meditativa, favorendo lo sviluppo dell’ascolto interiore e della quiete mentale.</li>
<li>Filosofia dello Yoga<br />Desikachar presenta i principi fondamentali della visione yogica, non in modo astratto ma sempre connessi all’esperienza personale.</li>
<li>Yoga Sūtra di Patañjali<br />Il libro include una traduzione commentata degli Yoga Sūtra, secondo l’interpretazione trasmessa da Krishnamacharya, rendendo accessibile uno dei testi cardine dello yoga classico.</li>
</ul>
<p><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.1.0/72x72/1f9d8-200d-2640-fe0f.png" alt="🧘‍♀️" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Un approccio profondamente umano</p>
<p>Il valore centrale dell’opera sta nell’approccio inclusivo e personalizzato: lo yoga non è qualcosa a cui adeguarsi, ma una disciplina che può essere modellata sulle esigenze, le età e le condizioni fisiche più diverse.</p>
<p>Desikachar ci ricorda che ogni persona può praticare yoga, e che la pratica autentica nasce dall’ascolto sincero di sé.</p>
<p><em>Il cuore dello yoga</em> è quindi molto più di un manuale: è un invito a costruire una relazione viva e trasformativa con la pratica, giorno dopo giorno.</p>
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		<title>Il viaggio di Sūrya Namāskara</title>
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		<dc:creator><![CDATA[yogasegrate]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2025 13:10:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[Sūryanamaskāra, tra autenticità e trasformazione Oggi il Saluto al sole sūryanamaskāra è una delle sequenze più diffuse e riconoscibili al mondo. In molte scuole di yoga è proposto quotidianamente, talvolta come riscaldamento, talvolta come pratica devozionale o meditativa. Ma la sua storia è molto più recente e complessa di quanto si immagini. Nel libro Yoga Body di Mark...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: left;"><strong>S<em>ūryanamaskāra</em>, tra autenticità e trasformazione</strong></p>
<p style="text-align: left;">Oggi il Saluto al sole s<em>ūryanamaskāra</em> è una delle sequenze più diffuse e riconoscibili al mondo. In molte scuole di yoga è proposto quotidianamente, talvolta come riscaldamento, talvolta come pratica devozionale o meditativa. Ma la sua storia è molto più recente e complessa di quanto si immagini.</p>
<p style="text-align: left;">Nel libro <em>Yoga Body</em> di Mark Singleton, questa sequenza viene analizzata nel contesto della trasformazione moderna dello yoga. Singleton evidenzia come il <em>sūryanamaskāra</em>, nella forma attuale, non compaia nei testi classici dello yoga come <em>Yogasūtra</em> o <em>l’Haṭhayogapradīpikā</em>, ma nasca da adattamenti avvenuti tra fine Ottocento e inizio Novecento.<br /><br /><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.1.0/72x72/1f31e.png" alt="🌞" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Una delle figure chiave in questo processo fu il rājā di Aundh, Bālusāheb Pant Pratinidhi, che pubblicò negli anni Venti un libro con illustrazioni e descrizioni dettagliate della sequenza di <em>sūryanamaskāra</em>, contribuendo così alla diffusione moderna di questa pratica. In poco tempo, <em>sūryanamaskāra</em> venne integrato nei programmi scolastici e promosso a livello nazionale come pratica di salute e affermazione di identità.<br /><br /><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.1.0/72x72/1f4d6.png" alt="📖" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> La voce di Śrī Yogendra</p>
<p style="text-align: left;">Sempre nel 1928, anche Śrī Yogendra – fondatore del The Yoga Institute di Mumbai – espresse la sua opinione sulla sequenza. Singleton riporta che Yogendra descriveva <em>sūryanamaskāra</em> come: “una forma di ginnastica associata al culto del sole”. Questo commento mostra come, già allora, la pratica fosse percepita più come esercizio fisico che come rito spirituale. Yogendra fu un pioniere nella modernizzazione dello yoga, cercando di renderlo accessibile ai laici, ponendo un forte accento sui suoi benefici terapeutici. Fu anche molto attento alla qualità della trasmissione: criticava duramente chi improvvisava o distorceva la disciplina, parlando apertamente di: “yoga dei mal informati, definitivamente proibito dalle autorità”. Un’affermazione che oggi possiamo leggere come un richiamo all’importanza di una pratica consapevole, fondata, rispettosa.<br /><br />T. Krishnamacharya, considerato il padre dello yoga occidentale, invece, ha diffuso <em>sūryanamaskāra</em> attraverso l’insegnamento diretto ai suoi allievi, <em>paramparā,</em> e le sue dimostrazioni pubbliche a Mysore Palace, influenzando figure di spicco dello yoga moderno come Pattabhi Jois e B.K.S. Iyengar.<br /><br />Mark Singleton, nel suo libro <em>Yoga Body</em>, evidenzia come <em>sūryanamaskāra</em> sia stato influenzato persino dalla ginnastica svedese di Pehr Henrik Ling, che ha introdotto movimenti sistematici e fluidi nello yoga moderno.<br /><br />Durante questo periodo, l’India era influenzata dai movimenti di rinascita culturale e nazionalista, che cercavano di rafforzare l’identità indiana attraverso pratiche tradizionali rivisitate. S<em>ūryanamaskāra</em> divenne un simbolo di questo movimento, fondendo elementi tradizionali con influenze della ginnastica occidentale.</p>
<p style="text-align: left;"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.1.0/72x72/1f331.png" alt="🌱" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Autenticità e trasformazione</p>
<p style="text-align: left;">Questa parte di storia ci invita a chiederci: che cosa intendiamo per yoga? Quali pratiche scegliamo di proporre? E perché?</p>
<p style="text-align: left;">Anche forme moderne, come s<em>ūryanamaskāra</em>, possono essere spazi autentici di trasformazione, se coltivati con intenzione, studio e ascolto. Lo yoga vive nel presente, ma si nutre di una lunga memoria.</p>
<p style="text-align: left;">Come insegnanti e praticanti, il nostro compito è custodire la qualità e il senso della pratica, senza ridurla a sola ginnastica, né idealizzarla come un’eredità immutabile.</p>
<p style="text-align: left;">Il Saluto al sole può essere ancora oggi un gesto di connessione profonda – con il corpo, con la tradizione e con ciò che dentro di noi vuole risvegliarsi.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignleft wp-image-5246 size-medium" src="https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0007-300x300.jpeg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0007-300x300.jpeg 300w, https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0007-150x150.jpeg 150w, https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0007.jpeg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />In questo saggio, Mark Singleton analizza criticamente l’origine dello yoga posturale moderno, mettendo in discussione l’idea che le pratiche di āsana contemporanee derivino direttamente dalle antiche tradizioni indiane. Attraverso una ricerca approfondita su documenti storici e interviste, l’autore sostiene che molte delle posizioni praticate oggi siano influenzate da movimenti occidentali di ginnastica e culturismo del XX secolo, piuttosto che da fonti yogiche tradizionali. Singleton esplora come lo yoga posturale sia emerso in un contesto di nazionalismo indiano e influenze occidentali, ridefinendo il significato dello yoga nella società contemporanea.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-5247 size-full alignleft" src="https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2025/06/IMG_0008.jpeg" alt="" width="125" height="187" /></p>
<p>Elizabeth De Michelis traccia l’evoluzione dello yoga moderno, evidenziando l’influenza delle idee esoteriche occidentali nel Bengal del XVIII secolo. Il libro analizza come l’opera <em>Raja Yoga</em> di Vivekananda abbia reinterpretato gli Yogasūtra di Patañali, contribuendo alla formazione di una nuova forma di yoga orientata all’individuo e secolarizzata. De Michelis propone una tipologia di moderno yoga, suddividendolo in quattro categorie: psicofisico, meditativo, posturale e confessionale. Attraverso l’esempio dello Iyengar Yoga, l’autrice illustra come le sessioni di yoga posturale possano essere viste come rituali di guarigione in una religione secolare.</p>
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		<title>26/04 2026 STABILITÀ E PRESENZA NELL&#8217;AZIONE CAPOVOLTA CON SUZANN JONSSON</title>
		<link>https://www.yogasegrate.it/26-04-2026-stabilita-e-presenza-nellazione-capovolta-con-suzann-jonsson/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[yogasegrate]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Apr 2025 10:05:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Seminari]]></category>
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					<description><![CDATA[Domenica 26 aprile 2026 dalle 9.00 alle 13.00 Stabilità e presenza nell&#8217;azione capovolta Esercizi funzionali e pratica di equilibri capovolti con Suzann Jonsson «Quando i piedi, simbolicamente radicati nella terra, mettono le radici nel cielo, il nutrimento che riceviamo non è più intellettuale e neppure filosofico, ma spirituale. Avere le radici in cielo significa ricevere...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div><strong>Domenica 26 aprile 2026 dalle 9.00 alle 13.00</strong></div>
<div>
<p><strong>Stabilità e presenza nell&#8217;azione capovolta</strong></p>
<p><strong><em>Esercizi funzionali e pratica di equilibri capovolti</em></strong></p>
<p><strong> con Suzann Jonsson</strong></p>
<p>«Quando i piedi, simbolicamente radicati nella terra, mettono le radici nel cielo, il nutrimento che riceviamo non è più intellettuale e neppure filosofico, ma spirituale. Avere le radici in cielo significa ricevere il nutrimento dal Divino».<br />Swami Sivananda Rada, <em>Il linguaggio nascosto dell&#8217;Haṭhayoga,</em> Red, p.56<br /><br /><strong>Le posizioni capovolte</strong> possono suscitare inquietudine per diversi motivi: l’insolito capovolgimento del corpo, la perdita dei riferimenti abituali di equilibrio e una possibile disarmonia nella muscolatura coinvolta.</p>
<p>Durante l’incontro verranno proposti esercizi funzionali che, in modo graduale, accompagneranno il corpo a sviluppare maggiore stabilità nell’azione capovolta.<br /><br /></p>
<p><strong>Sperimenteremo diverse capovolte</strong>, variando gli esercizi preparatori per accrescere la consapevolezza delle nostre condizioni e capacità.<br /><br /></p>
<p>Attraverso un’<strong>esplorazione progressiva</strong> di differenti situazioni di capovolgimento, impareremo a prendere confidenza con le nostre reazioni, prevenendo quei blocchi interiori – fisici e psichici – che possono renderci rigidi, poco sensibili e poco disponibili al cambiamento.<br /><br /><u>PROGRAMMA QUOTE e ISCRIZIONI</u><br /><br />Pratica e teoria con Suzann 09.00-13.00<br /><br />Per informazioni e iscrizioni: 3481384649 oppure info@yogasegrate.it</p>
<p>La quota della mattinata è 40,00 euro. Ci sono da aggiungere 15,00 euro di iscrizione / tesseramento CSEN / assicurazione, per chi non è ancora iscritto all&#8217;associazione YogaSegrate.<br />Il pagamento potrà essere effettuato:</p>
<ul>
<li>in contanti o bancomat la mattina del seminario</li>
<li>con carta di credito, tramite l’applicazione YogaSegrate </li>
<li>oppure mediante bonifico bancario intestato a YOGASEGRATE SSD A R.L. &#8211; IBAN: IT38D0200820600000103947177</li>
</ul>
<p>Il seminario sarà confermato al raggiungimento di un minimo di 6 partecipanti.</p>
<p>Per questo seminario verranno calcolate 4 ore formative.<br />È stata inoltrata a Y.A.N.I. la richiesta di riconoscimento delle ore di formazione continua.</p>
</div>
<div><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-5290 alignleft" src="https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2020/08/suz1profilo_sito.jpg" alt="" width="288" height="389" srcset="https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2020/08/suz1profilo_sito.jpg 962w, https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2020/08/suz1profilo_sito-222x300.jpg 222w, https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2020/08/suz1profilo_sito-758x1024.jpg 758w, https://www.yogasegrate.it/wp-content/uploads/2020/08/suz1profilo_sito-768x1038.jpg 768w" sizes="(max-width: 288px) 100vw, 288px" /></div>
<div><strong>Chi è Suzann Jonsson?</strong></div>
<div>
<p>Suzann Jonsson è fondatrice della Libera Scuola di Formazione di Haṭhayoga Svatantra Darśana e insegnante di Yoga dal 2009.</p>
<p>Il suo insegnamento integra pratica e teoria, con un’attenzione particolare alle origini dello yoga moderno, al lavoro sull’energia (Kuṇḍalinī), al Prāṇāyāma e allo Yoga Nidra.</p>
<p>Dopo aver concluso nel 2008 la formazione presso la scuola SFIDY, ha continuato il proprio percorso attraverso seminari e studi con insegnanti come Patrick Tomatis e Claudio Conte.</p>
<p>Si è successivamente diplomata presso la scuola Pramiti e segue gli insegnamenti di Walter Thirak Ruta e Devan Balaji, discepoli di Sri Sri Sri Satchidananda Yogin.</p>
<p>Parallelamente alla pratica, coltiva uno studio approfondito dei testi classici dello yoga, collaborando e formandosi con studiosi e ricercatori di rilievo internazionale come Federico Squarcini, Paolo Magnone, James Mallinson, Mark Singleton e Jason Birch.</p>
<p>Nel suo approccio preferisce parlare semplicemente di “Yoga”, inteso come un percorso integrale che mira verso il Rāja Yoga, il “cammino regale” della trasformazione interiore.</p>
<p>Nel 2011 fonda l’Associazione YogaSegrate, oggi una realtà consolidata che offre più di venti corsi settimanali, coinvolge un team di insegnanti e ospita una scuola di formazione strutturata e in continua evoluzione.</p>
</div>
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