Quando nello yoga parliamo di equilibrio, spesso pensiamo a posizioni complicate: stare su una gamba, non cadere, trovare stabilità. Ma l’equilibrio non si riferisce solo al corpo fisico, si manifesta anche a livelli più sottili e profondi, che si intrecciano e si influenzano a vicenda: è uno strumento per armonizzare mente, corpo e spirito.
Partiamo da dati scientifici: recenti studi riportati in un articolo della BBC, spiegano che la nostra capacità di stare in equilibrio su una gamba sola è un potente indicatore della nostra salute generale.
Da giovani lo facciamo senza pensarci: questa capacità si sviluppa completamente intorno ai 9-10 anni, raggiunge il suo massimo verso la fine dei 30 anni e poi inizia gradualmente a diminuire. Dopo i 50 anni, riuscire a mantenere l’equilibrio su una sola gamba anche solo per pochi secondi può dire molto sul nostro stato di salute e su come il corpo sta invecchiando.
L’equilibrio è una funzione complessa che richiede al cervello di integrare le informazioni provenienti dagli occhi, dal sistema vestibolare (nell’orecchio interno) e dal sistema somatosensoriale (propriocezione). Praticare costantemente posizioni di equilibrio non solo rinforza i muscoli di gambe, addome e fianchi, prevenendo la sarcopenia (la perdita di massa muscolare legata all’età), ma agisce direttamente sulla struttura del cervello, migliorando la memoria e la neuroplasticità.
L’equilibrio quindi si può e si deve allenare: un esercizio apparentemente semplice può avere un impatto sorprendentemente positivo sulla salute del corpo e del cervello con il passare degli anni.
Sul tappetino: la ricerca del centro
Nello yoga, la posizione di equilibrio base per eccellenza è tāḍāsana (la montagna) o samasthitiḥ , un termine che deriva dalle radici sama (uguale/bilanciato) e sthā (stare). Anche quando sembriamo immobili, il nostro corpo compie continui micromovimenti coordinati dal cervelletto per mantenere il baricentro all’interno del nostro “poligono di sostegno”.
Le posizioni di equilibrio ci costringono a stare nel qui e ora. Per mantenere la stabilità, impariamo a usare il dṛṣṭi (fissare lo sguardo su un punto), che non è solo un riferimento visivo ma un mezzo per sviluppare la concentrazione mentale (ekāgra che significa un unico punto)). Non si tratta di controllare la mente, ma di offrirle un luogo dove posarsi e quando riusciamo a calmare la mente, il corpo la segue.
Particolarmente efficace per mettere a fuoco questo concetto è la metafora dell’ancora: in mezzo alla tempesta, l’ancora non ferma le onde ma ci collega a una profondità dove l’acqua resta calma.

Da lì possiamo decidere se riposare, ripartire, rientrare nella posizione, magari in modo diverso, magari per meno tempo, ma con una qualità e una consapevolezza rinnovata. L’equilibrio smette di essere una performance e diventa un dialogo: tra stabilità e instabilità, tra sforzo e abbandono.
Questo vale sul tappetino, e vale fuori.
L’equilibrio tra mente, corpo e spirito si conquista accettando l’instabilità come parte del processo e ricominciando ogni volta, con presenza e con gentilezza verso noi stessi.
Il centro che sostiene
Non è un caso che il centro simbolico dell’equilibrio sia Anāhata Cakra, il cuore.
Qui si incontrano le energie inferiori e superiori; qui risiedono qualità come amore, compassione, gentilezza, giustizia e coraggio. Un equilibrio che non è rigidità, ma apertura.
La scienza suggerisce che bastano anche solo dieci minuti al giorno di pratica dell’equilibrio per vedere dei miglioramenti. Potete provare a stare su una gamba sola, magari in vṛkṣāsana, la posizione dell’albero, mentre vi lavate i denti 😊
E la prossima volta che praticate una posizione di equilibrio e perdete stabilità, fermatevi, fate un respiro profondo, sentite i piedi, rilassate il viso, fate un sorriso… e poi riprovate.
Non dovete dimostrare niente a nessuno ma solo riconnettervi con il vostro centro.
Lo yoga definisce l’equilibrio come equanimità.
Patañjali ci ricorda che la pratica è il processo di quietare i vortici della mente, per osservare il flusso dei pensieri senza esserne travolti perché una mente dispersa rende instabile anche il corpo più forte.
Anche i guṇa (qualità) secondo la filosofia del e della Bhagavad Gītā ci parlano di equanimità: coltivare Sattva (purezza) significa sviluppare stabilità interiore e chiarezza mentale indipendentemente da ciò che accade fuori o dentro di noi. È la capacità di restare centrati senza essere trascinati dagli estremi: piacere e dolore, successo e fallimento, elogio e critica.
Quando perdiamo l’equilibrio
Quando entriamo in una postura di equilibrio come vṛkṣāsana, la posizione dell’albero, vīrabhadrāsana, il guerriero, o Naṭarājāsana, la posizione di Śiva danzante, e l’equilibrio non arriva o se ne va, la reazione istintiva è spesso quella di irrigidirci: stringiamo la mascella, tratteniamo il respiro, contraiamo più del necessario e il risultato è quasi sempre un circolo vizioso: più tensione, meno stabilità.
Se il corpo oscilla o se “cadiamo”, non dobbiamo viverlo come un errore, un fallimento: cadere non interrompe la pratica ma piuttosto fa parte del gioco.
E la risposta, invece che entrare in tensione e nel giudizio, può essere il respiro. Quando torniamo al respiro la mente si calma, il sistema nervoso si riequilibra, il corpo smette di lottare e ricomincia ad ascoltare.
Bianca Corbella