Quante volte nella vita dobbiamo imparare ad avere a che fare con i nostri mostri interiori, oltre che con i miti di luce. In questa visione, la luce non ha la funzione di distruggere le tenebre, ma dovrebbe inglobarle nel processo stesso di illuminazione, per ciò che servono.
A volte un evento disturbante, scomodo, capace di scardinare in modo inaspettato le nostre abitudini, viene vissuto come un momento buio, una difficoltà, un male. Eppure, dietro quell’ombra può celarsi la rivelazione di una nuova prospettiva: una luce che illumina il cammino e sprigiona risorse già presenti dentro di noi. Bene e male, luce e ombra, dèi e dèmoni diventano così facce della stessa medaglia.
Nella mitologia yogica, i Deva (gli dèi) rappresentano le forze della luce: ordine, saggezza, altruismo, accettazione. Qualità elevate che lo yogin cerca di coltivare dentro di sé. Gli Asura (i dèmoni) rappresentano invece le forze dell’oscurità: caos, egoismo, ignoranza, forze opposte all’ordine. Nella vita, spesso, i dèmoni assumono il volto delle nostre paure, dei lati oscuri o dei traumi non elaborati.
Attraverso la pratica – āsana, prāṇāyāma, meditazione – possiamo portare luce in queste zone d’ombra, rendendoci consapevoli della loro esistenza e riconoscendo la dualità come unità di un tutto. Nella pratica lavoriamo costantemente su forze fisiche opposte per toccare l’equilibrio. È l’incontro tra la parte materiale del corpo e quella più sottile e luminosa dello spirito.
Śiva e il veleno di Samudra Manthana
Durante il Samudra Manthana, il rimescolamento dell’oceano cosmico, Deva e Asura collaborano per far emergere l’amṛta, il nettare dell’immortalità. Ma prima che il nettare possa manifestarsi, dalle profondità dell’oceano affiora un veleno potentissimo, capace di distruggere ogni cosa.
Nessuno vuole farsene carico. È Śiva a intervenire: beve il veleno, non per eliminarlo, ma per trattenerlo.
Lo ferma nella gola, che diventa blu (Nīlakaṇṭha), segno visibile di un’energia distruttiva divenuta consapevole di sé e contenuta. In questo mito, il veleno non è un errore del processo: è una fase necessaria. Senza attraversare ciò che è tossico, disturbante, oscuro, la trasformazione non può compiersi.
Deva e Asura: una visione non dualistica
Nella mitologia yogica, Deva e Asura non rappresentano semplicemente il bene e il male in senso morale. Sono forze archetipiche, presenti entrambe nell’esperienza umana. Deva e Asura nascono dalla stessa origine e partecipano allo stesso processo cosmico. Quando una di queste forze viene esclusa o repressa, il sistema perde equilibrio.
Nella vita quotidiana, gli Asura prendono spesso la forma delle nostre paure, dei traumi non elaborati, delle resistenze interiori. Attraverso la pratica – āsana, prāṇāyāma, meditazione – impariamo a fare ciò che fa Śiva: non fuggire il veleno, non identificarci con esso, ma portarlo alla coscienza, trasformandolo.
Riconoscere Deva e Asura come polarità di un’unica realtà significa uscire dal giudizio ed entrare in una visione più ampia, dove luce e ombra cooperano per generare equilibrio.
Il tema è tratto dai Bhāgavata Purāṇa