Il giardino che ci è stato affidato e il peso invisibile che portiamo

Esistono pesi che non si vedono.

Non gravano sulle spalle,
non occupano spazio,
eppure ci accompagnano ovunque.

Sono pensieri e azioni non conclusi, parole rimaste in bocca, errori, giudizi, rimpianti, sentimenti ed emozioni che la mente continua a rimuginare.

Spesso non soffriamo soltanto per ciò che accade,
ma per il ”bagaglio” che continuiamo a portare con noi.

Un antico racconto Zen narra di due monaci, Tanzan ed Ekido, che camminavano lungo una strada fangosa.

Incontrarono una giovane donna incapace di attraversare.

Senza esitazione, Tanzan la prese in braccio e la portò oltre il fango.

I due proseguirono il cammino in silenzio.

Ore dopo, Ekido disse:
“Non dovremmo toccare le donne.”

Tanzan rispose:
“Io l’ho lasciata sul ciglio della strada. Tu la stai ancora portando.”

Il gesto era terminato da tempo.
Ma nella mente di Ekido continuava ancora ad accompagnarlo.

🏹 Arjuna e il campo interiore

Un insegnamento simile emerge nella Bhagavad Gita.

All’inizio del dialogo, Arjuna si trova sul campo della battaglia di Kurukṣetra.

Davanti a lui vede ciò che ama — amici, maestri, parenti — e ciò che teme: dover combattere proprio contro di loro.

Le sue gambe cedono, il respiro si altera, l’arco gli scivola dalle mani. Rimane totalmente disarmato.

Non si tratta soltanto di paura, ma del peso interiore di ciò che la mente sta già costruendo: ricordi, attaccamenti, conseguenze, immagini di dolore e sensi di colpa.

Arjuna era bloccato prima ancora di iniziare.

Stava immaginando qualcosa che non era reale, perché non ancora accaduto.

🌱 Il giardino che ci è stato affidato

Possiamo immaginare la nostra vita e il nostro Dharma come un giardino.

Un giardino che, in qualche modo, ci è stato affidato.

All’inizio lo guardiamo con entusiasmo: ci sono possibilità, spazio, vita.

Poi però accade qualcosa di molto umano.

Le piante richiedono più impegno del previsto.

Il terreno va lavorato.

Alcuni semi non germogliano.

Altri ci sembrano crescere troppo lentamente.

E così, poco alla volta, può emergere una fatica sottile.

Perdiamo entusiasmo.

È proprio lì che può accadere che la mente ci tradisca.

Invece di focalizzare l’attenzione sul proprio giardino, comincia a guardare altrove, perché spesso costa meno fatica distrarsi o trovare scuse che occuparsi delle difficoltà che inevitabilmente nascono lungo il cammino.

🌾 Il proprio Dharma

La Gīta ci offre una risposta chiara:

“È meglio compiere il proprio dharma, anche imperfettamente, che realizzare perfettamente quello di un altro.”

Siamo chiamati a riconoscere e abitare ciò che ci è stato affidato.

Restare presenti senza pretese.

Elaborare ciò che c’è.

Rimanere fiduciosi nel fatto che saremo in grado di affrontare le difficoltà quando si presenteranno. Ed essere grati, perché ogni volta che qualcosa accade abbiamo l’opportunità di imparare qualcosa di nuovo e importante.

 

Lo Yoga ci insegna a liberarci dai pesi e ad abitare la vita con maggiore consapevolezza.

Vivere davvero significa non restare bloccati in ciò che è già successo o in ciò che forse accadrà.

Quando siamo presenti in quello che stiamo facendo adesso, impariamo a fare le cose con cura senza aspettarci per forza una ricompensa o un risultato preciso.

Così diventa più facile capire cosa ha davvero bisogno della nostra attenzione e cosa invece possiamo lasciare andare.

Il nostro giardino non fiorisce perché è perfetto, ma perché è stato abitato, curato, ed elaborato.

Quando la nostra presenza è sincera, non può nascere null’altro che amore e desiderio di continuare a coltivare perché abbiamo sviluppato la capacità di essere giardinieri.

Una pratica formulando la domanda:

Che cosa stai ancora portando con te,
quando e come sarebbe tempo di liberarsi,
per restare nel presente e prendersi cura di ciò che è veramente il tuo giardino in questo preciso istante?

Nessun impegno è impossibile finché non lo rendiamo tale.

 

Suzann Jonsson

Raccontiamo lo Yoga

 

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