MANTRA come e perché cantare un mantra

Dopo esserci soffermati sul bīja-mantra OM e sui mantra devozionali continuiamo ad approfondire questo argomento vastissimo dei mantra andando a esplorare quali altri tipi di mantra esistono, come si possono cantare e quali possono essere importanti effetti di questa buona abitudine meditativa nel sostenerci lungo la via.

Ricapitoliamo quali possono essere alcuni effetti e finalità con cui uno yogin, o anche un indiano devoto, utilizza abitualmente un mantra:

  • accrescere la concentrazione (come abbiamo più volte sottolineato)
  • crescere spiritualmente
  • accrescere la devozione
  • purificare emozioni e pensieri
  • pregare quotidianamente (per il mondo intero, per ridurre la malattia, la violenza, l’ingiustizia)
  • come offerta rituale in una cerimonia
  • a fini terapeutici (riduzione dello stress, accrescere l’autostima o le difese)

Essenzialmente il canto del mantra è considerato uno strumento per migliorare la qualità della vita. Una tradizione importante e consolidata è il mantra dīkṣā (in sanscrito significa iniziazione): in questa occasione il Maestro, il Guru, trasmette al devoto il suo mantra. È un rito di iniziazione alla vita spirituale, di protezione (del discepolo da parte del Maestro) e di purificazione del karma del devoto che in quel giorno digiuna e fa silenzio. Dopo un bagno di purificazione anche fisica, vestito con abiti semplici e bianchi, il devoto riceve il mantra.

Cantare un mantra dagli hindu è considerato un atto divino, che penetra nella profondità dell’essere umano per illuminarla di una luce trascendente e metterla in contatto con la pace di Dio. Il mantra infatti rientra nei canti devozionali, i bhakti Gītaṃs, cioè lo strumento spirituale che connette la mente al cuore, il mantra in particolare è sentito dagli hindu come una vibrazione pura che mette in diretto contatto l’energia umana a quella divina capace così di influenzare perfino la fisiologia dell’uomo. Un altro canto devozionale molto praticato è il bhajan, termine sanscrito che significa condividere, infatti è un canto che si fa in gruppo con una voce guida che intona la prima riga che viene poi ripetuta dal gruppo: è semplice ed esprime la pura gioia di amare Dio.

Nella foto qui sopra si vede una mālā, assomiglia molto a un rosario e ha una funzione simile: è costituita da 108 grani, facendo attenzione a non toccarli con il dito indice – che nella simbologia rappresenta l’ego – si fanno correre tra le dita uno alla volta, perché ciascuno corrisponde a una ripetizione del mantra. È una pratica meditativa (Japa) molto utile ad aumentare la concentrazione. Anche la mālā è donata dal Maestro al discepolo nel corso del rito del mantra dīkṣā.

Perché 108 grani? 108 è un numero sacro e molto significativo non solo per l’induismo: il numero 1 corrisponde a bindu, simbolo dello stato germinale, l’inizio di tutto, quando dall’unità è derivata la molteplicità; 0 coincide a śūnya, il vuoto a cui ambisce la nostra mente perché è indispensabile per accedere a samadhi; 8 è il simbolo dell’infinito, ananta, l’unione tra le dualità che porta alla beatitudine.

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