Raccontiamo lo Yoga #17
Samudramathana il rimestamento dell’oceano.
«Quando tutto ruota intorno e l’asse viene strizzato, non soccombe: trasforma il movimento e la compressione in linfa nuova».
Tra i grandi racconti dell’India, pochi possiedono la forza simbolica di Samudramathana, il rimestamento dell’Oceano di Latte.
Questo mito, narrato nelle Purāṇa e nel Mahābhārata, racconta la ricerca dell’amṛta, il nettare dell’immortalità.
La storia narra dell’eterna tensione tra deva (dei) e asura (demoni). I deva, le forze della luce, dell’ordine e del discernimento, e gli asura, le forze dell’oscurità, dell’attaccamento e della confusione, si contendono il dominio del mondo. Simbolizzano queste due tendenze che convivono anche nell’essere umano.
I deva comprendono che per ritrovare forza e vittoria devono recuperare l’amṛta nascosta nelle profondità dell’oceano cosmico. Ma un’impresa così grande non può essere compiuta da una sola parte, anche gli asura devono partecipare alla ricerca del nettare.
Così inizia il grande rimestamento dell’oceano di latte.
Il re dei serpenti Vāsuki diventa la corda. Il monte Mandārah viene utilizzato come asse della zangolatura, mentre Viṣṇu, assumendo la forma della tartaruga Kūrma, sostiene la montagna dalle profondità dell’oceano.
Da una parte tirano i deva, dall’altra gli asura.
L’oceano viene messo in movimento e il mondo intero sembra ruotare attorno a un asse.
Dal rimestamento emergono numerosi tesori: Candra, la luna, Airāvata, l’elefante bianco del cielo che trasporterà Viṣṇu, Kāmadhenu, la vacca dell’abbondanza, Lakṣmī, dea della prosperità, le Apsaras, le ninfe del cielo e numerose altre manifestazioni della ricchezza e della vita.
Ma prima del nettare emerge un veleno così potente da minacciare l’intero universo. È Śiva che lo accoglie e lo trattiene nella propria gola senza inghiottirlo né respingerlo. Per questo viene chiamato Nīlakaṇṭha, “colui che ha la gola blu”.
Forse questo è uno degli insegnamenti più profondi del mito,
il cammino spirituale non elimina il veleno dell’esistenza. Lo riconosce, lo contiene e lo trasforma.
Infine emerge il saggio Dhanvantari, padre dell’āyurveda, portando il vaso dell’amṛta. Gli asura se ne impossessano immediatamente e i deva si rivolgono a Viṣṇu.
Viṣṇu assume allora la forma di Mohinī, una fanciulla di straordinaria bellezza.
Mohinī ci ricorda il potere di māyā, dell’illusione e del desiderio che conducono alla distrazione, allontanando l’aspirante spirituale dal proprio scopo. Gli asura, affascinati e sedotti, perdono di vista il loro obiettivo e i deva possono finalmente ricevere il nettare dell’immortalità.
Questo mito rappresenta lo sforzo spirituale dell’essere umano nel cammino verso la liberazione.
I deva e gli asura non abitano soltanto il cosmo: abitano anche il nostro cuore. Śiva ci insegna a non essere sopraffatti dal veleno delle esperienze difficili, di non trattenerlo dentro di noi né riversarlo sugli altri. Mohinī ci ricorda quanto facilmente l’attenzione possa essere dispersa dalle illusioni, dai desideri e dalle distrazioni.
E il monte Mandārah? Esso richiama simbolicamente il Meru, la montagna cosmica che nella tradizione indiana rappresenta l’asse del mondo, il punto di incontro tra cielo e terra, del corpo e dello spirito.
Meruvakrāsana la torsione di Meru

Seduti a terra, inclinare leggermente il tronco all’indietro, mantenendo un angolo di circa 45° rispetto al pavimento.
Flettere la gamba sinistra e ruotare il busto verso destra. Appoggiare la mano sinistra sul lato destro del tappetino, con le dita orientate nella stessa direzione del tappetino. Posizionare quindi la mano destra sul lato sinistro, con le dita rivolte verso la mano sinistra.
Una volta impostata correttamente la postura, inizia la pratica.
La mano destra spinge verso sinistra, mentre la mano sinistra esercita una trazione verso i piedi. Contemporaneamente, il piede sinistro spinge con decisione verso il basso del tappetino, favorendo il ritorno del gluteo sinistro al suolo.
Queste azioni, coordinate tra loro, generano una torsione intensa della colonna vertebrale. L’effetto ricorda il gesto con cui si strizza un panno per liberarlo dall’acqua: ogni segmento del rachide partecipa al movimento, favorendo una profonda sensazione di decompressione e di rinnovamento.
All’inizio la respirazione può apparire limitata dalla compressione della postura. È naturale.
Proprio in questa apparente difficoltà è importante rimanere nella pratica.
Senza forzare, continuiamo a dirigere il respiro verso gli spazi che sembrano più chiusi, come se volessimo raggiungere con il prāṇa anche gli angoli più remoti della colonna.
Gradualmente la respirazione ritrova ampiezza e la torsione, da semplice azione meccanica, diventa un’esperienza di trasformazione.
La colonna non viene semplicemente ruotata: viene “strizzata”. Le forze opposte create da mani, piedi e bacino ricordano simbolicamente il movimento del Monte Mandara durante il Samudra Manthana.
Come nel mito, è proprio l’azione coordinata di spinte e trazioni a mettere in movimento ciò che sembrava immobile, permettendo all’energia vitale di tornare a fluire lungo l’asse centrale del corpo.
Suzann Jonsson
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