Se una persona compie un’azione disprezzabile, non significa che vada ridotta a quell’azione

Non sempre il modo in cui ci comportiamo racconta chi siamo davvero.

A volte è solo l’ombra di ciò che non abbiamo ancora compreso.

Quanto un’azione definisce una persona?

Lo Yoga ci invita a coltivare discernimento intuitivo (viveka) e non-violenza (ahiṁsā). Questo significa assumersi la responsabilità dei propri gesti, senza però ridurre l’essere umano al suo errore.

Un’azione può essere grave, ma non coincide con l’essenza di chi la compie. Siamo più vasti dei nostri sbagli, più profondi delle nostre cadute.

«Il Signore del mondo non produce né le attività né le azioni e neppure il legame coi i frutti delle azioni; quello è opera della natura.»

Bhagavad Gītā V.14

Vivere davvero lo Yoga nella vita reale significa riconoscere con lucidità le azioni e le loro conseguenze, distinguendole però dall’essere, per lasciare spazio alla trasformazione.

Ci sono storie che aprono un varco nel cuore; questa, in particolare, ci ricorda che non siamo mai definiti dai nostri errori, ma dalla nostra capacità di vedere e trasformare ciò che in noi chiede luce: la storia di Vālmīki, l’autore del Rāmāyaṇa.

Una storia che parla di buio, di verità e di rinascita attraverso una sola parola.

MĀRA — la parola della fine

La parola Māra significa “colui che dà la morte”.

Nello Yoga questa morte non significa distruzione, ma trasformazione consapevole. Nella pratica yoga, una questione tutt’altro che scontata è proprio questa: vivere molte piccole morti, continuamente, lasciando andare ciò che non serve più — abitudini, difese, identificazioni — non perché siano necessariamente “sbagliate”, ma perché hanno esaurito la loro funzione.

Ogni atto di verità chiede una rinuncia.

Ogni cambiamento reale implica la fine di qualcosa che eravamo.

Māra è il nome di questo passaggio: la morte di ciò che ci trattiene, affinché qualcosa di più autentico possa emergere.

 

La trasformazione di Vālmīki e il potere della coscienza

Prima di essere un ṛṣi, Vālmīki era un uomo perso. Molto prima di diventare poeta e saggio, viveva immerso in un’ombra che credeva luce.

Rubava, feriva, uccideva… ma si ripeteva una giustificazione apparentemente inattaccabile:

«Lo faccio per la mia famiglia.»

Fu l’incontro con Nārada a spezzare l’incantesimo.

Non con un rimprovero, né con una condanna o una lezione morale.

Nārada gli pose soltanto una domanda, semplice e inesorabile:

«Vai da coloro per cui dici di agire e chiedi se sono disposti a condividere il karma delle tue azioni.»

Quando la moglie gli rispose:

«No. Il karma delle tue azioni è tuo.»

Vālmīki sentì crollare l’intero edificio che lo sosteneva.

Vide, per la prima volta, la verità senza veli.

Non fu un giudizio né una colpa: fu un risveglio.

Seduto nella foresta, sconvolto, iniziò a meditare.

E per segnare la fine del suo modo di vivere pronunciò una sola parola:

MĀRA

Quella parola gli aprì lo spazio vuoto, la fine necessaria prima di ogni inizio.

RĀMA — la parola in cui la luce prende forma

Ripetendo Māra per ore, Vālmīki entrò così profondamente nella vibrazione che la parola cominciò a rovesciarsi:

MĀRA si trasformò in RĀMA.

Un semplice cambio di prospettiva: non fu la parola a trasformarsi, ma la coscienza a cambiare posizione dentro di essa.

Etimologia spirituale:

  • RA = luce, rivelazione, splendore
  • MA = forma, misura, contenimento

RĀMA significa: colui in cui la luce prende forma, dharma incarnato.

La morte dell’ego divenne spazio per l’illuminazione.

La fine divenne principio.

Questa storia ci insegna qualcosa di essenziale:

  • chi agisce in modo scorretto non è scorretto: è qualcuno che non ha ancora visto fino in fondo;
  • il comportamento non coincide con l’essere;
  • Māra è la parte che deve morire: l’abitudine, la difesa, la narrazione che imprigiona;
  • Rāma è ciò che nasce quando smettiamo di nasconderci dalla verità.

La trasformazione inizia quando smettiamo di difendere la nostra storia e iniziamo ad ascoltarci sinceramente.

La trasformazione non nasce dal giudizio, ma dalla verità.

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Una proposta di pratica di ascolto, semplice ma potente

  1. Siediti in silenzio.
  2. Inspira pronunciando mentalmente MA.
  3. Espira pronunciando mentalmente RA.
  4. Senti come MA contiene e RA illumina.
  5. Lascia che la parola risuoni dentro, non solo nella mente.

Un piccolo atto di pratyāhāra: ritirare i sensi e rivolgere lo sguardo verso la verità interiore.

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