Pensando ai fioretti o ai buoni propositi, come quelli che si fanno a Capodanno, è auspicabile che non nascano da una forzatura, né da un’idea di rinuncia o di sacrificio che, per mancanza di naturalezza, ha poco a che fare con la pratica dello Yoga.
Eppure, guardando con onestà alla pratica e alla vita, è facile accorgersi che alcune delle trasformazioni più reali non nascono da grandi decisioni, ma da piccoli impegni spontanei, presi in silenzio, senza suggerimenti né testimoni.
Un fioretto, quando è autentico, nasce spontaneamente e non serve a diventare migliori.
Serve a vedere meglio.
Quando cambia l’anno, può nascere la sensazione di aprire una porta e attraversare una soglia: la possibilità di entrare in una modalità rinnovata, più fresca, più sincera e più pulita.
Forse è per questo che si crea il desiderio di migliorare, di fare una promessa, di darsi un orientamento più serio.
Un fioretto non dovrebbe nascere dal senso di colpa, ma da un atto di presenza.
È un gesto semplice che interrompe gli automatismi, rende visibili abitudini inutili, mette in dialogo desiderio, volontà e coscienza.
Nello Yoga questo gesto è una pratica precisa: tapaḥ, il terzo niyama.
Tapaḥ non è austerità fine a sé stessa, né uno sforzo punitivo.
La sua radice significa calore: l’ardore che nasce dal profondo e che spesso, per vari motivi, evitiamo di guardare.
Un fioretto, in questa prospettiva, è una forma gentile di tapaḥ.
Non brucia per distruggere, ma scalda e sostiene la perseveranza; per non fallire, per non tradire un buon proposito.
Tapaḥ non ci chiede di trasformarci in qualcuno o in qualcosa che non ci appartiene.
Ci chiede piuttosto di lasciarci alle spalle il superfluo e di abitare con più lucidità ciò che è veramente importante.
Per esempio:
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Quando scegliamo consapevolmente un piccolo contenimento; non reagire d’impatto, non parlare inutilmente, non aggiungere o inventare, non stiamo rinunciando a qualcosa. Stiamo creando spazio, per noi stessi e per chi ci circonda.
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Quando decidiamo di coltivare un impegno importante, preso in un momento di lucidità, stiamo rafforzando la nostra autostima e la nostra buona volontà.
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La pazienza nasce quando impariamo a ridimensionare le aspettative, a non dare nulla per scontato e a riconoscere il valore di ciò che già c’è.
Ed è in questo spazio, spesso minuscolo, ma reale che la pratica smette di essere un’idea e diventa esperienza vissuta. Un fioretto non cambia la vita. Cambia il modo in cui la abitiamo.
E questo, a volte è sufficiente.
Yogasūtra II.1
tapaḥ–svādhyāya–īśvarapraṇidhānāni kriyāyogaḥ
«tapaḥ, studio di sé e abbandono a ciò che è più grande
costituiscono lo Yoga dell’azione consapevole»
Secondo Vyāsa (commentatore del V sec.), tapaḥ non è mortificazione,
ma disciplina scelta che riduce le impurità e rende la mente adatta alla chiarezza.

Consigli per la Lettura
Questo libro è un saggio scritto dal filosofo e storico della filosofia francese Pierre Hadot, pubblicato originariamente nel 1981 in francese con il titolo Exercieces spirituels et philosophie antique. L’opera esplora la filosofia antica non solo come sistema teorico, ma come modo di vivere e pratica di trasformazione interiore. Hadot sostiene che, per gli antichi, la filosofia non era mera speculazione teorica, ma un insieme di pratiche di vita a volte alla saggezza e alla serenità. Tali “esercizi spirituali” includevano la meditazione, il dialogo, la memoria del bene, la contemplazione della natura e la consapevolezza della morte. La filosofia veniva così intesa come un cammino di trasformazione etica e spirituale. Il saggio si fonda su una rilettura di autori classici come Socrate, Epitteto, Seneca, Marco Aurelio e Plotino, evidenziando come le scuole antiche: Stoica, Epicurea, Platonica mirassero alla formazione dell’anima attraverso pratiche quotidiane. Hadot contrappone questa visione alla riduzione moderna della filosofia a disciplina accademica.