Un primo passo per mettere in relazione āsana e niyama

«Non puoi “fare” yoga. Yoga è il tuo stato naturale. Quello che puoi fare sono esercizi di yoga, che potrebbero rivelarti in che modo stai facendo resistenza al tuo stato naturale».  Sharon Gannon

Nello Yoga sūtra di Patañjali, āsana è la terza delle 8 membra (āṅga) dello Yoga. L’indicazione che Patañjali dà per la pratica delle āsana è: «Sthira-sukham āsanam»  ovvero «la posizione deve essere stabile e comoda». (Patañjali, Yoga sūtra, II-46)

Fino a quando non siamo in grado di armonizzare il corpo, la mente e il respiro, non possiamo definire la nostra pratica “Yoga”. La pratica posturale conta una quantità indefinibile di posizioni che, in modi diversi, puntano a stimolare il corpo e la mente. Una regolare pratica delle āsana porta a un’ottima condizione di salute. Gli esercizi elasticizzano, rafforzano e tonificano i muscoli, migliorano l’equilibrio. In più, rinforzano le ossa, favoriscono la digestione e la salute dell’intestino, migliorano la circolazione, stimolano l’equilibrio ormonale e distendono i nervi. Praticare le āsana per mantenersi in forma è un legittimo punto di partenza, ma non è l’obiettivo finale.  Attraverso le posizioni Yoga il corpo fisico diventa uno strumento per disciplinare la mente, analizzare gli ostacoli della vita quotidiana e capire come superarli. Sviluppare questa consapevolezza è fondamentale, nella pratica Yoga non c’entra nulla la “prestazione atletica”. L’essenza non risiede nell’aspetto esteriore cioè nell’eseguire più o meno bene una postura, ma nel coltivare il proprio essere. Le āsana sono il percorso per raggiungere il cuore del nostro essere penetrando l’anima, tenendo sempre presente che il percorso è più importante della destinazione.

Fedeli a questa condizione, si apprende come impegnare la nostra intelligenza per realizzare le posizioni e ci si accorge che questa fase del lavoro è più importante dell’esecuzione stessa. Perché questi momenti di interrogazione e messa in discussione di noi stessi ci aiutano a comprendere tratti salienti di noi stessi e ci insegnano come stare nel mondo. Si potrebbe definire una pratica Yoga avanzata quella di colui che è completamente immerso in ciò che sta facendo. Questo potrebbe essere una parte di ciò che si intende con svādhyāya, lo studio di sé, il quarto dei cinque niyama (precetti), la seconda delle 8 membra (āṅga) dello Yoga secondo Patañjali.

«Dal praticare gli esercizi componenti lo yoga, quando si è distrutta l’impurità, sorge l’illuminazione spirituale che evolve nella consapevolezza della realtà»

(Patañjali, Yoga sūtra, II-28).

Quando la nostra pratica entra in una modalità “sottile”, lascia emergere il dialogo che si instaura con la nostra parte più essenziale.

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