Vīrabhadrāsana: la postura dell’ardore guerriero

Uno dei guerrieri più famosi della tradizione yogica è Arjuna, il protagonista della Bhagavad-Gītā, quello che si può considerare il vangelo degli hindu. Nella foto Arjuna è sul carro con Kṛṣṇa: l’allegoria della lotta dell’uomo per domare i sensi nella vera battaglia che ha da affrontare: contro avidyā, l’ignoranza.
È la radice di tutte le afflizioni umane perché non permette di entrare in contatto con la realtà autentica, celata dal velo dell’illusione, māyā. Il fine della pratica, sia attraverso le posture che con il prāṇāyāma, il controllo dell’energia attraverso il respiro, è la trasformazione da compiere per raggiungere l’unica vera Realtà, nascosta nel profondo di noi.

Vīrabhadrā invece è uno dei tantissimi nomi di Śiva, in una delle sue forme più feroci e terribili. Di Śiva guerriero lo yogin non imita certamente la ferocia, ma impara a coltivare il coraggio, la determinazione e vīrabhāva, l’ardore guerriero che, associato a una ardente devozione, avvicina al Divino.

Tutti i benefici della postura

Vīrabhadrāsana, la postura del guerriero prepara a tante altre posizioni perché è molto completa: l’estensione e la flessione delle anche danno stabilità al bacino che diventa una buona base per lo slancio della colonna verso l’alto. Dà forza alle gambe e alle braccia. Espande il corpo in varie direzioni insegnandogli a orientarsi nello spazio e a gestire l’equilibrio. Questo lavoro di espansione rende il praticante attento a gestire i vari allineamenti che la postura richiede: questo, insieme allo sguardo fisso su un unico punto, porta la mente a un alto livello di concentrazione.
È ottima da praticare nella prima fase di una sequenza di posture.

Il mito di Vīrabhadrā

Il mito di Vīrabhadrā si collega a quello delle nozze di Śiva con Satī, narrato nel Kumārasaṁbhava, di Kālidāsa (IV-V sec. d.C.): nonostante il parere contrario di suo padre Dakṣa (figlio di Brahma) la giovane Satī decise di sposare il dio Śiva, lasciando quindi la casa paterna.
Offeso per il comportamento di Satī, sua figlia, il padre Dakṣa, in occasione di una grande festa organizzata a palazzo, invitò tutti gli dèi a eccezione di Śiva e della figlia Satī.
La giovane Satī decise tuttavia di recarsi ugualmente al banchetto, intenzionata ad affrontare il padre, ma dinanzi alla sua indifferenza, addolorata per essere stata respinta, decise di togliersi la vita, lanciandosi tra le fiamme dei fuochi rituali. Quando Śiva fu raggiunto dalla notizia della morte della sua amata, la sua rabbia fu spaventosa. L’ira di Śiva e la sua forza distruttiva sono famosi nella mitologia hindu: si pensi solo che la forza che ciclicamente distrugge l’universo viene proprio da Śiva .
In preda all’ira, il dio Śiva si strappò una ciocca di capelli dalla quale emerse Vīrabhadrā, il guerriero, l’eroe d’acciaio, con lunghi baffi, possente muscolatura, mille braccia intente a brandire armi diverse, assieme al tridente, simbolo tradizionale di Śiva. A Vīrabhadrā, suo valoroso guerriero, il dio Śiva chiese di uccidere Dakṣa. Il fedele guerriero si recò dunque al palazzo, dove uccise tutti gli invitati, e con un colpo della sua spada recise infine la testa di Dakṣa.
A questo punto la tradizione racconta di un autentico colpo di scena.
Il dio Śiva, mosso a compassione per l’accaduto, tornò sui suoi passi e riportò tutti quanti alla vita, fatta eccezione per la giovane Satī. Fece tornare in vita anche Dakṣa, sostituendo la sua testa con quella di un ariete. Per questo suo atto, Śiva sarà anche ricordato come Śankar, il benevolo.
Si riportò dunque l’equilibrio nel mondo ridimensionando il potere di Dakṣa, che potrebbe essere visto come rappresentazione degli eccessi dell’ego, distruttore dell’amore inteso come unione ed equilibrio interiore (Satī).
Al cuore della vicenda si pone il Vīrabhadrā, cui la tradizione yogica dedica un’āsana, che con le sue 3 varianti “racconta” il mito del guerriero coraggioso.

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